Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Ho sbagliato. Non dovevo venire. Mi caccerà di casa ridendo, e mi dirà di andare affanculo.

Moore però non rise. Non gli offrì nemmeno qualche parola di scuse, fasulla o meno, per averlo fatto quasi sbranare in giardino. Sam l’aveva ritrovata nell’atrio con un bicchiere di whisky in una mano e la pistola nell’altra. Lei aveva poggiato il revolver sul ripiano di cemento di una credenza e si era allontanata per passare nella stanza accanto.

Si fermarono nel cavernoso soggiorno di Moore, con scaffali di metallo che correvano tutto intorno alle pareti color grigio chiaro, e un pavimento di quercia scura sotto ai piedi, e una gigantesca vetrata che incorniciava la città nel fondovalle, con il suo sudario di smog. Moore si fermò davanti a una poltrona di pelle, ma non si sedette. Fissò Sam, esausta, con due borse nere sotto agli occhi stanchi grandi come mezzelune.

«Che cosa vuoi, McGarver?» domandò.

Sam si spostò sulle gambe, nervoso, incerto su come iniziare. «Parlami del libro che stai scrivendo.»

Lei fece una risatina brusca. Sembrava più un segno di stanchezza che un gesto di sfida. «Scordatelo. Lo potrai leggere con tutti gli altri, quando sarà finito.»

«Quant’e lungo?»

«Non lo so» disse Moore. «Non ho ancora finito.»

Sam fece un passo indietro. «E da quant’è che ci lavori?»

Moore lo fissò, incuriosita e incerta su dove Sam volesse andare a parare. Poi tentò quella che, era evidente, sperava sembrasse un’alzata di spalle, come se non le importasse granché. «Va bene, lo ammetto, il libro mi ha un po’… preso la mano.»

«Da quant’è che non dormi?» le domandò.

Moore fece un lungo, rauco sospiro, come se avesse il petto pieno di foglie e l’aria, uscendo dai suoi polmoni, le facesse stormire.

«Davvero sei volato fino a LA per chiedermi come dormo?»

«Lo sai perché sono qui.»

«Stavo per versarmi da bere» disse. «Hai bisogno di un drink?»

«Moore. Ti prego.»

Lei si era avviata verso la scala a chiocciola, che portava a un seminterrato che si apriva sull’esterno, ma si fermò a metà strada.

«Che succede?» chiese Sam.

Moore scosse la testa, con gli occhi ancora fissi sulla scala. «Niente. Torno subito.»

Sparì nelle profondità della sua casa.

Con cautela, in silenzio, Sam imboccò in fretta uno stretto corridoio con le pareti coperte di foto in bianco e nero incorniciate. Erano tutti primi piani di uomini e donne, una miscela inquietante di sesso e violenza: un labbro inferiore spaccato; un pene stretto in un pugno, entrambi avvolti nel filo spinato; un coltello poggiato su un perfetto triangolo di peli pubici.

In fondo al corridoio c’era una porta. Sam allungò la mano verso il pomello. Lo girò, con attenzione, e quando la serratura scattò il suo cuore perse un colpo.

Guardò la stanza, e si sentì mancare.

Eccolo qua. Il caos.