Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Chinandosi sotto a un ramo caduto, Daniel si ritrovò sul bordo di un pendio. Allungando le braccia, aggrappandosi alle radici esposte per restare in equilibrio, attraversò goffamente quel tratto di terreno ripido e ben presto si ritrovò al centro di quello che sembrava il letto asciutto di un torrente. Da una parte, il torrente curvava bruscamente, aprendosi un percorso fino al fianco della casa. Daniel immaginò che conducesse al ponte che avevano attraversato quand’erano arrivati nel primo pomeriggio. Nella direzione opposta, il solco attraversava dritto la campagna, un sentiero polveroso che una volta era stato un corso d’acqua.
Dunque questo era il Kill Creek. O ciò che ne restava. Fatta eccezione per alcune pozzanghere basse qua e là, sembrava che l’acqua non scorresse da anni lungo quel canale. I mucchi di foglie morte disegnavano strane forme umane, e davano al letto del torrente l’aspetto di un antico terreno di sepoltura. L’unica cosa che sembrava prosperarvi erano i rampicanti: braccia grosse e piene di nodi che serpeggiavano sul pavimento della foresta, scendevano lungo l’argine fangoso e percorrevano a zigzag il vecchio corso d’acqua, in un complicato mosaico di vene. Perfino quei rampicanti, tuttavia, sembravano avere un disperato bisogno di bere. Anche se erano insolitamente grossi, più o meno come il braccio di un uomo, erano di un marrone malsano, e coperti da una peluria di setole ispide.
Daniel fece un passo e per poco non inciampò, con la punta della scarpa incastrata sotto uno dei rampicanti più spessi.
Che strano.
Non ricordava di averlo scavalcato per arrivare in quel punto specifico, anche se doveva per forza averlo fatto. Se non se ne accorgeva, un rampicante così grosso poteva farlo inciampare. Cercò di tirar via la scarpa da sotto e scoprì che un secondo rampicante, leggermente più esile del primo, correva adesso direttamente dietro al suo tallone.
Come accidenti ho fatto a infilare il piede in questo punto senza accorgermene? si domandò.
Diede un bello strattone con la gamba e liberò il piede, ma la scarpa gli rimase incastrata nei rampicanti. L’inattesa fluidità di quel gesto improvviso fece cadere Daniel sul sedere, di schianto. Quando successe, avrebbe giurato di aver visto i rampicanti stringersi, farsi più fitti sopra la scarpa, come un serpente che cerca di tenere ferma la preda.
Rimase lì seduto per un attimo pieno di stupore, senza mai lasciare la scarpa con gli occhi. I rampicanti ovviamente non si mossero, e dopo un intero minuto Daniel infilò una mano là in mezzo, con attenzione, e liberò il mocassino di cuoio dalla loro stretta.
Con una risatina nervosa, si infilò la scarpa e puntò verso l’argine, afferrando una manciata di erba ingiallita e preparando le sue povere braccia alla scalata. Fu una discreta battaglia, ma alla fine arrivò in cima e ben presto scarpinava lungo il sentiero. Quando arrivò al pozzo si inginocchiò e rimise a posto le assi deteriorate meglio che poteva.