Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Fece un respiro profondo e, lentamente, tolse il dito dal buco. In pochi secondi era libero, coperto dall’unghia fino alla nocca di una grigia polvere di calce.
Moore accostò la guancia all’ultimo gradino e sbirciò nel buco. Qualunque cosa ci fosse dall’altra parte, era troppo buio per distinguerla. Si chinò più vicino, con l’occhio ad appena un paio di centimetri dal buco. Le sue ciglia sfioravano la calce.
Nel buio, qualcosa si mosse.
«Tutto bene?» chiamò una voce da dietro di lei.
Spaventata, Moore si girò sul gradino, premendo la schiena contro il muro.
In fondo alle scale c’era Daniel, la sagoma paffuta larga quanto la scala.
«Non sei un po’ vecchio per gli scherzi di Halloween, Slaughter?» scattò Moore, mentre scendeva in fretta le scale, sfiorando le pareti con le dita per sostenersi.
«Scusa» disse lui. «Non volevo spaventarti.»
«Non mi hai spaventato» lo rassicurò lei, mentre arrivava all’ultimo gradino. Raccolse la bottiglia di whisky e lo superò con una spinta, uscendo dall’alcova e imboccando il corridoio.
Daniel indicò la cima delle scale. Sotto lo strato di mattoni si vedeva solo metà dell’ultimo gradino. «Perché Rachel Finch ha murato la porta, secondo te?»
«E chi se ne frega?» ribatté Moore.
«Per tenere fuori qualcuno? O forse… magari per tenere qualcuno dentro?»
Moore era già a metà del corridoio. «Raccontati la storia che vuoi, Slaughter. Forse, per una volta, ti verrà in sogno qualcosa che riesca a spaventare degli adulti.»
«Buonanotte» esclamò Daniel, sarcastico.
Senza dire un’altra parola, lei scivolò in camera sua, e la porta si chiuse, con uno scatto, alle sue spalle.
Daniel diede un’ultima occhiata al muro di mattoni e poi tornò a guardare la porta di camera sua.
Sentì uno squittire, come il cigolio di una ruota di metallo.
Guardò lungo il corridoio e, per la prima volta, si accorse che la cabina dell’ascensore era ancora ferma al primo piano. La porta a fisarmonica era aperta.
Sentì di nuovo il cigolio, stavolta più vicino.
Davanti a lui non c’era niente, niente a cui potesse attribuire quel rumore.
Daniel fece un altro passo nel corridoio.
Il cigolio si avvicinò ancora di più.
Fece un altro passo, finché alla porta non mancavano che un paio di metri.
Il rumore riproduceva i suoi movimenti, e sembrò arrestarsi esattamente dalla parte opposta rispetto alla porta della camera.
Il cuore di Daniel batteva forte, sotto strati di grasso e muscoli e ossa.
Fece tre passi, tanto in fretta quanto glielo permettevano le dimensioni del suo corpo.
Tre cigolii altrettanto rapidi, con le ruote che si fermarono sulla soglia della camera.
Daniel girò il pomello con la mano appiccicosa e sospirò di sollievo quando sentì scattare la serratura. Si fermò un attimo, chinandosi in avanti per sbirciare nello spazio vuoto davanti a sé.
Nella stanza non c’era niente, e niente nel corridoio. Niente.
Eppure, quel rumore si era fermato proprio lì.