Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Daniel si sentì attratto un po’ per volta dal suono calmo e regolare della voce del pastore Charlie. Si guardò intorno di nascosto, in cerca di una distrazione qualunque, di qualcosa su cui concentrarsi nello sforzo di spezzare quell’incantesimo. Il tavolino con le sue pile ordinate di grossi libri. Le scarpe di Charlie, lucidate di recente eppure con tratti di cuoio ruvido là dove non era arrivato lo straccio. La curva del proprio ventre, meno sporgente di sei mesi prima, e che si alzava e si abbassava a ogni respiro. «La sto superando» disse, all’improvviso, interrompendo le chiacchiere del pastore.
Il pastore Charlie tacque, confuso. «Cosa?»
«La sindrome dello Scavalco.» Daniel si indicò la pancia. «Quando la pancia scavalca la cintura.»
Ridacchiò, divertito dalla propria arguzia.
Sabrina mise una mano sulla spalla del marito. «Daniel, ti prego.»
Lui guardò il volto della moglie, addolorato e intimorito. Di lì a un paio di mesi avrebbe compiuto trentotto anni. Era tutt’altro che vecchia. Somigliava ancora alla ragazza timida e graziosa per cui aveva perso la testa al liceo. I suoi occhi però erano invecchiati, con rughe sottili che ne increspavano gli angoli come ragnatele. Aveva l’aria stanca.
Daniel e Sabrina erano così giovani quando si erano conosciuti, e si erano sposati poco dopo il diploma, entrambi appena diciottenni. All’epoca non lo sapevano, ma Sabrina era già incinta. Tutt’altro che programmata, all’inizio quella situazione era stata soltanto quello, una situazione a cui nessuno dei due era pronto. Interrompere la gravidanza non era una possibilità. Il loro timore, e l’ansia, non erano ragioni valide per porre termine a una vita. Prima che potessero rendersene conto, in un giorno di primavera nacque la loro figlia, una bambina bella e assolutamente perfetta. La battezzarono Claire, come il brano musicale preferito dalla madre di Sabrina, il Clair de lune di Debussy. Daniel aveva sperato che la figlia prendesse da Sabrina, così gli sembrò incredibile, da lasciarlo senza fiato, riconoscere una traccia di se stesso nel suo volto angelico.
Poi successe una cosa strana. Sabrina non riuscì più a restare incinta. Ci provarono, lo sa il cielo se ci provarono, ma si vede che non era destino. Claire era la loro bambina miracolosa, un’occorrenza fatidica che non doveva ripetersi mai più. Così, Daniel e Sabrina riversarono tutto il loro amore su quell’unica figlia, quella impeccabile combinazione delle loro anime.
Era una sensazione indescrivibile, essere genitore un attimo prima, e l’attimo dopo non esserlo più. Se fossero riusciti ad avere altri figli, magari sarebbe stato più facile sopportare quella perdita, sostenere quel peso sulle spalle collettive di una famiglia in lutto. Invece non c’era più una famiglia. Erano di nuovo una coppia, come erano stati al liceo, come sarebbero stati al momento della loro morte. Nessuna nuova generazione che portasse avanti il loro nome. Niente che rappresentasse la fusione dei loro cuori.