Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Ma contro cosa?

Non lo sapeva. Nessuno di loro lo sapeva. Non avevano idea di cosa aspettarsi quando fossero arrivati a Kill Creek.

Sam però ha ragione. Non possiamo tornare a casa e basta. Là sappiamo bene cosa ci aspetta.

Lungo il muro in fondo al negozio c’erano martelli di vari pesi e misure. Sam scelse la mazza più pesante, almeno dieci chili. La soppesò tra le mani e, apparentemente soddisfatto, la poggiò con cura nel carrello. Aggiunse poi un martello da fabbro da un paio di chili, un martello a colpo morto da un chilo e mezzo e un martello da carpentiere con il manico liscio. Da ultimo, prese uno scalpello per cemento da trenta centimetri e lo mise nel carrello.

«Dovrebbe bastare» disse.

«Sicuro che non vuoi noleggiare un martello pneumatico e chiudere così la giornata?» domandò Moore.

Sebastian sbirciò nel carrello. «In effetti ha ragione. È un vecchio muro di mattoni, Sam. Secondo me basta la mazza.»

La risposta di Sam fu piatta e senza emozione. «Non voglio correre rischi. Voglio tirare giù quel muro più in fretta possibile.»

Sebastian fece un lieve cenno di assenso e distolse lo sguardo, stranamente intimidito.

Sam non si fida di lui, pensò Moore.

Passarono alla corsia successiva, verso il davanti del negozio. Moore si avvicinò a Sam, con la mano sul lato del carrello.

«Che speriamo di trovare dietro al muro, Sam?» gli chiese.

«La camera di Rebecca» rispose, un po’ troppo in fretta. «Qualcosa che possa aiutarci a capire cosa sta succedendo.»

Mentre passavano Moore guardò gli altri clienti, gente che viveva la propria vita, ignara del tormento che soffrivano lei e gli altri.

«Ho pensato a cosa potrebbe esserci nella stanza» disse lei, sottovoce. «Il fantasma di Rebecca Finch. O di Joshua Goodman. O le cose che ha mandato a ciascuno di noi.» Il pensiero la fece rabbrividire.

Sam buttò fuori il fiato, lentamente. «O forse è qualcos’altro, qualcosa che non è mai stato vivo» suggerì.

O forse è solo una stanza, pensò Moore, e noi siamo tutti fuori di testa.

Arrivarono in fondo alla corsia. Davanti c’era una sola cassa, la fila di clienti era lunga e si muoveva lentamente.

Moore si chinò più vicino a Sam, perché le sue parole fossero solo per lui. «Se buttiamo giù quel muro e lo spirito di una delle sorelle Finch possiede uno di voi, non esiterò a prendere la mazza e trasformargli la testa in un pudding di cervello.» Sogghignò, diabolica. «Sono troppo cattiva a sperare che tocchi a Wainwright?»

Un sorriso scalfì l’espressione seria di Sam.

Bene, pensò Moore. È quasi come se tutto fosse tornato normale.

Il sorriso svanì, in fretta come era comparso.

Lei guardò Sam che spingeva il carrello fino in cima alla fila, seguito in silenzio da Sebastian. Daniel, con le mani in tasca, si trascinava dietro di loro. Tra quegli uomini non c’era nessun calore, nessun cameratismo. Solo tristezza e sospetto.

Wainwright si accostò a Moore.