Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
L’ascensore si fermò all’improvviso. Daniel mise una mano sulla parete della cabina per tenersi in equilibrio. Sul pannello di controllo, il pulsante più alto lampeggiò, per annunciare il suo arrivo.
«No» sussurrò. Spinse la porta a fisarmonica.
Come aveva detto Wainwright, anche lì c’era un muro di mattoni. Daniel si sentì mancare. Con mano tremante li toccò.
Vennero giù all’istante. A partire dalla prima fila, poi la successiva e quella dopo ancora, i mattoni caddero allontanandosi da lui come un’onda. Proprio come l’ascensore, quando caddero sul pavimento non fecero alcun rumore.
La porta era aperta.
Strinse le palpebre alla calda luce del sole. Le sue labbra si schiusero nel sorriso spensierato di un ubriaco.
Con un senso di euforia quasi irrefrenabile, Daniel uscì dall’ascensore ed entrò nella camera all’ultimo piano.
Trenta
14:07
In cima alle scale, Wainwright e Moore continuavano a picchiare contro il muro di mattoni. Lo stavano facendo da quasi un’ora, e scendevano solo per frugare nella borsa di tela nella speranza di trovare un attrezzo che finalmente potesse portare a termine l’opera.
Non funziona, pensò Sam. Cercò di deglutire, e scoprì che gli si era chiusa la gola.
La mazza e lo scalpello avevano tolto giusto qualche frammento di calce, ma i mattoni resistevano. Quella barriera era qualcosa di miracoloso, costruita oltre vent’anni prima e impermeabile a qualunque assalto.
Sebastian era subito fuori dall’alcova, e camminava nervoso disegnando uno stretto cerchio.
«Forse dovremmo andarcene e basta» propose.
Sam scosse la testa. «Sai che non possiamo farlo.»
«Lo so» riconobbe Sebastian. Nella sua voce c’era un forte senso di rassegnazione.
Moore scese le scale con fatica, reggendo la mazza con entrambe le mani.
«Quel cazzo di muro non si muove.» Aveva il volto incrostato di polvere grigia, e il sudore le scavava fiumi scuri sulle guance. «Ora tocca a voi.»
Sam fu contento dell’offerta. Restare a guardare lo faceva sentire sempre più impotente. Prese la mazza mentre Moore scivolava sull’ultimo gradino. In cima alle scale si mise accanto a Wainwright, che picchiava sulla testa dello scalpello con sempre meno forza. Sam sollevò la mazza e la mandò a sbattere contro i mattoni con tutte le sue forze. Quell’entusiasta sfoggio di muscoli sembrò incoraggiare Wainwright, che cominciò a mettere più forza in ogni colpo.
Presto, i loro attacchi arrivarono perfettamente in sincrono, i rispettivi colpi un unico rumore, come il ticchettio di un mostruoso orologio.
Li sentiva, dall’altra parte del muro – clank, clank, clank – come dei minatori che, rimasti intrappolati, lottavano disperatamente per tornare alla luce del sole.
L’ironia era quasi tangibile, quando Daniel uscì tranquillamente dall’ascensore ed entrò nella stanza. Si sentiva come un astronauta su un pianeta lontano, il primo uomo a mettere piede in territorio alieno.
Come il resto della casa, la camera all’ultimo piano era immacolata. Passò un dito sulla superficie di una pesante cassettiera d’acero. Nemmeno un granello di polvere.
Alla sua sinistra c’era un’unica finestra, con un vetro non più grande di sessanta per novanta centimetri. Eppure, la luce che entrava era accecante, un raggio giallo e caldo dalla lucentezza ultraterrena.