Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Si avvicinò alla più vicina: T.C. Moore. Poi alla successiva: Daniel Slaughter. Quella dopo: T.C. Moore. La pila seguente gli fu subito familiare: erano i suoi libri.
«Che stai facendo?» lo chiamò Slaughter. Sam non si preoccupò di rispondere. Stava prendendo velocità, e si allontanava seguendo l’arco delle torri di libri. Ce n’erano in varie lingue. Slaughter in spagnolo. Moore in giapponese. McGarver in francese. Slaughter in tedesco. Era a metà dell’arco, ed erano ancora soltanto loro tre. Forse non c’era nessun altro. Forse tutti quelli che Wainwright aveva invitato erano già lì.
Dall’altra parte della sala, il volto di Moore era sospeso, incorporeo, nel bagliore del telefono cellulare mentre toccava lo schermo per chiudere la chiamata. Guardò Sam, che adesso si faceva strada lungo l’altro lato dell’arco.
«Me ne vado» annunciò.
Malgrado la conoscesse appena, Slaughter fece una faccia come se davvero rimpiangesse la decisione di Moore. Sam, invece, non reagì.
«Voi due potete spompinare Wainwright tutta la notte, per quanto mi riguarda» continuò Moore, «ma io non sono volata fino a qui per…»
Sam non ascoltava. Fissava una mostruosa pila di libri all’angolo più lontano del tavolo. Libri di un altro autore.
Manca qualcuno.
Il cumulo di libri arrivava al bordo del tavolo su tre lati, un’enorme raccolta di tascabili e cartonati, ogni copertina diversa, ogni libro unico. Era il corpus di un autore prolifico oltre misura.
«C’è un quarto scrittore.»
«Motivo di più per andarsene» replicò Moore. «Divertitevi, ragazzi.»
Si voltò bruscamente su un tallone e marciò verso le doppie porte che conducevano nell’atrio.
«Di chi sono quei libri?» Slaughter domandò a Sam con gioviale curiosità.
Sam notò una sola parola di un solo titolo, prima ancora di prendere in mano un libro.
Ombra.
Wainwright non poteva assolutamente averlo convinto a venire. Non aveva senso. Doveva essere uno scherzo, un altro dei giochetti mentali di Wainwright.
La mano di Sam tremò per un’inquietante miscela di euforia e ansia, mentre raccoglieva il libro che aveva riconosciuto così in fretta.
Un’ombra troppo lunga.
Moore era a pochi metri dalle porte, quando un’anta si aprì lentamente.
Davanti a lei c’era un uomo esile, vestito in maniera impeccabile con un completo grigio, una camicia bianca e una cravatta marrone. Il volto era ben rasato, la pelle resa coriacea da anni di sole, la fronte alta chiazzata di macchie epatiche. I capelli bianchi erano pettinati con cura, con la scriminatura da un lato. Quando vide Moore sorrise, e la pelle intorno ai suoi occhi grigio chiaro si coprì di piccole rughe.
«Chiedo scusa» disse con una voce fresca come un lenzuolo steso ad asciugare in primavera. Moore non aveva bisogno di presentazioni, anche quando il vecchio entrò trascinando i piedi nella sala, anche quando le porse una mano esile.
Sapeva chi era. Ogni scrittore avrebbe saputo chi era.
«Sebastian Cole» disse l’uomo. «Lieto di fare la sua conoscenza.»