Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Non era un animale, però. Si tirò indietro, inarcando la schiena, con le spalle al soffitto dell’intercapedine, la pelle carbonizzata che si staccava dal cranio, e gli occhi ridotti a grumi vischiosi nelle orbite, dove il calore li aveva fatti scoppiare.

«Ciao, Sammy.»

Era sua madre.

Sogghignò, e una nuvola di fumo grigio scuro le uscì dalle fauci sdentate.

Sam urlò.

Dal profondo del petto della madre uscì una risatina. Poi piegò la testa, e del sangue denso, coagulato si riversò fuori dal buco che il piccolo Sammy McGarver a dieci anni le aveva aperto nel cranio.

Lei afferrò la sua caviglia spezzata e strinse. Il dolore strappò a Sam un grido ancora più forte.

Sua madre rise ancora più sguaiata.

«Spero che ti faccia male, Sammy» disse lei, ridendo. «Spero che faccia un male del diavolo!»

Sam cercò di girarsi, dolorosamente, sforzandosi di liberare la caviglia, scalciando con il piede buono. Allungò le mani e brancolò nel buio, disperato.

La madre adesso sembrava un gatto rauco che faceva le fusa. «Sammy. Perché mi hai fatto questo? Perché mi hai fatto del male?»

Lui piantò le dita nel terreno e cercò di trascinarsi lontano.

«Perché sei un assassino» continuò lei.

«No!» esclamò Sam.

«Sei un assassino, ricordi, Sammy? Ricordatelo.»

«Smettila!»

«Ricordati che cosa hai fatto. Che cosa sei.»

«Smettila!»

Le ossa sfregarono contro le ossa, mentre la madre gli torceva la caviglia spezzata. Sam strillò, e il mondo per un attimo diventò bianco, e lui fu di nuovo…

Era di nuovo nella cucina. Il piccolo Sammy McGarver, con in mano una padella di ghisa insanguinata.

«Ricorda.»

E c’era sua madre, morta.

No, non morta.

«Ricorda.»

Lei si contorceva sul pavimento della cucina, con la guancia che disegnava un arco insanguinato sul linoleum.

Era ancora viva.

«Basta, Sammy.» Aveva la voce liquida, perché parlava attraverso una densa cortina di sangue. Lo vedeva, che le usciva in bolle rosse dalle labbra. «Per favore, basta.»

Sammy però non voleva smettere. Voleva che lei se ne andasse per sempre dalle loro vite.

«Ricordati che cosa hai fatto.»

Lui tirò indietro la padella e l’abbatté sulla testa della madre. L’impatto la mandò a sbattere con il volto sul pavimento.

«Ricordati che cosa sei.»

«Smettila!» stava gridando Jack.

Sammy però non lo ascoltava. Assestò un altro colpo con la padella. E un altro. E un altro ancora. Finché non fu sicuro. Finché non seppe che non si sarebbe rialzata.

«SMETTILA!»

Sotto la casa, nell’intercapedine, Sam seppellì il volto nel terreno e gridò.

«Adesso lo ricordi» disse sua madre morta. Il suo respiro era come un fruscio di scarafaggi. «Sei un assassino. Dillo.»

Sam cominciò a singhiozzare.

«Dillo, Sammy.»

Lui lo gridò nel terreno, sotto alla casa sul Kill Creek.

«Sono un assassino!»

Una bassa risata salì dal petto annerito della madre. «Giusto. Giusto, ragazzo mio.»

Allontanati da lei, gli ordinò la sua mente.

Sam allungò le braccia, nel buio, e sentì i polpastrelli che toccavano del metallo.