Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Sam adesso provava la stessa sensazione, che gli saliva in gola con l’amaro sapore della bile. Era riuscito a scalzare altri quattro mattoni dal muro, ma quelli rimasti tenevano duro, con determinazione ultraterrena. Senza cinque mattoni, il buco era grande abbastanza perché Sam riuscisse a infilarci la testa e una spalla. Se avesse voluto avrebbe potuto infilarci una mano, ma la paura di sentirsi afferrare da qualcosa lo trattenne dal farlo. Invece, sbirciò nella stanza buia al secondo piano, cercando di intravedere qualcosa. Un indizio. Un minimo dettaglio che mettesse a posto tutti gli altri eventi incredibili, dando senso all’inspiegabile avventura che avevano intrapreso.

A parte quella decrepita sedia a rotelle abbandonata, però, non c’era niente.

I bisbigli che uscivano dalla casa si erano interrotti qualche minuto prima, lasciando Sam e Sebastian in un silenzio che, per qualche motivo, era ancora più inquietante.

Sebastian era in fondo alle scale, di fronte alla finestrella che guardava nel cortile sul retro. La pioggia cadeva sul vetro, picchiettando come un bambino che chiedeva di entrare. «C’è silenzio» disse.

«Lo so» rispose Sam. «Qualunque cosa stesse dicendo la casa, ha smesso.»

Sebastian scosse la testa. «Non è questo. Voglio dire, c’è silenzio in assoluto. Nessun rumore. Nemmeno da parte degli altri.»

Sam tese l’orecchio, in ascolto. C’era solo la pioggia, sulla finestra, sul tetto, accompagnata ogni tanto dal rombo dei tuoni. Altrimenti, la casa era assolutamente silenziosa. Niente passi. Niente voci attutite. Niente porte che si chiudevano di scatto. «Hai ragione. È come se fossero andati via.»

Con il martello ancora stretto in mano, Sam scese la stretta scala e sbirciò dietro l’angolo. Li chiamò tutti: «Wainwright! Daniel! Moore!». Ogni nome rimbalzò lungo il corridoio, scendendo nelle profondità della casa finché perfino l’eco si esaurì. Nessuno rispose.

«Forse sono usciti a fumare» azzardò Sam.

Sebastian scosse la testa, ma continuò a fissare il terreno sul retro. Il riflesso delle gocce di pioggia gettava delle ombre che gli scendevano come piccole onde sulle guance. «Non sono esattamente vecchi amici. Sarebbe più logico che fossero qui ad aiutarti invece di fare due chiacchiere sulla veranda.» Fece un respiro profondo e guardò l’orologio. «Inoltre, sono andati via da troppo tempo.»

Aveva ragione. Era passata mezz’ora da quando Moore era andata a cercare gli altri e più di due ore dall’ultima volta che avevano visto Daniel. Davvero era passato tanto tempo? Il pomeriggio era come fuggito, l’impresa di sfondare quel muro di mattoni aveva consumato l’intera giornata.

«Che ne dici se vado a dare un’occhiata?» propose Sebastian.

«No» rispose Sam, un po’ scosso dalla severità del proprio tono.

È stato un errore, pensò. La casa ci ha divisi, e noi non ce ne siamo nemmeno accorti.

Sebastian imboccò il corridoio. Sam aprì la bocca per chiamarlo, ma un rumore di passi pesanti glielo impedì. L’altro si fermò, appena superate le prime porte delle camere.

«Eccoli» disse Sebastian.