Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Sembrava vero, Sam. Esattamente come allora. Il dolore. La paura. Sapevo addirittura cosa dovevo dire per farlo smettere. Dovevo dirgli quanto ero inutile. Dovevo farlo sentire un grand’uomo.»
Una singola lacrima le scese dall’occhio e le corse sulla guancia. Lei l’asciugò, con rabbia.
«Non era solo la sensazione di essere tornata a Kill Creek a farmi continuare a scrivere. Lo facevo per tenerlo lontano.»
Lui allungò una mano e prese la sua. Gli sembravano stranamente familiari, quelle dita tra le sue.
Perché è già successo. Nella casa delle sorelle Finch. Nel sogno.
«Ma non può essere davvero Bobby» stava dicendo Moore. «È vivo. L’ultima volta abitava in Arizona. È uno stronzo violento, ma non è un fantasma del cazzo.»
«Non è lui» le rispose Sam, «proprio come non è mia madre. È la casa, che usa queste cose per arrivare a noi, per spezzarci.»
«E come faceva a saperlo?»
Perché glielo ha raccontato lei. Proprio come io le ho raccontato di mia madre. Quando lo dissi a Moore, quella notte. Quando venne in camera mia.
Ma non era davvero lei.
Non era Moore. Era la casa.
Sam sentì come se il pavimento dell’aereo fosse svanito. Precipitava, scendendo a spirale verso la terra.
«Ascoltava» disse.
«Di che parli?»
«Della casa. Quando siamo stati là lo scorso autunno. Ci ascoltava. Le nostre conversazioni. I nostri pensieri. Le abbiamo raccontato tutto quello che doveva sapere per spezzarci.»
«È… è impossibile» disse Moore, ma c’era una vena di dubbio nella sua voce.
Perché sa che potresti avere ragione, pensò Sam.
«Ha usato il mio ex perché mi picchiava, e tua madre perché, insomma, non sopportava la tua stessa esistenza?»
Sam ricordò il sogno nella casa, e il sollievo che aveva provato quando le aveva sussurrato nell’orecchio quelle parole.
Puoi provarlo di nuovo, pensò.
No. Stai zitto. È stato uno sbaglio, la prima volta.
Perché era la casa. Questa è Moore. La vera Moore.
Raccontaglielo.
«Sam?» domandò lei, confusa.
«Non è l’unico motivo» confessò Sam.
Deglutì forte, in cerca di un po’ di coraggio.
Vai avanti.
«Sam, non devi…»
Sì. Devi.
Diglielo.
«Ho ucciso io mia madre» disse. Le cinque parole più difficili che avesse mai pronunciato a voce alta.
Lo shock increspò come un’onda il volto di Moore, come la superficie disturbata di un laghetto, e lei spalancò gli occhi, inarcò le sopracciglia, schiuse le labbra per risucchiare l’aria tra i denti. Poi la sua espressione si distese, e la gravità della confessione di Sam l’attirò verso di lui. Sam non sembrò accorgersene. Era smarrito nei suoi ricordi.
«Stava facendo del male a mio fratello. Lo prendeva a schiaffi, lo aveva bloccato sul pavimento e gli aveva messo le mani… intorno al collo. Stringeva, e lui non respirava. Gli venne il viso rosso, e poi porpora, e io lo guardavo morire. Stavo guardando mio fratello morire. Allora presi una padella di ghisa e la usai per colpirla, per farla smettere e…»
Moore gli toccò il braccio, poggiando la mano sulle cicatrici. Lui la guardò negli occhi.