Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Wainwright era a quattro zampe, le braccia e le spalle coperte dal generatore. «Buone notizie» annunciò. «Mancava solo il carburante.»
Si alzò in piedi, spolverandosi le ginocchia mentre perlustrava l’area intorno alla macchina. Il raggio della torcia cadde su una tanica rossa da venti litri. La prese e la scosse. Dentro si sentiva sciabordare del liquido. Lui tolse in fretta il tappo della tanica, lo capovolse e quello diventò un beccuccio. Wainwright infilò il beccuccio nel serbatoio del generatore. La benzina gorgogliò forte mentre la macchina si dissetava.
«Sono sempre là?» Moore chiese a Sebastian, riprendendo il gioco da dove si erano interrotti.
Ancora una volta Sebastian le tese la mano. Stavolta, Moore la prese senza esitare.
«Sì» confermò Sebastian. Con le mani così strette, Sebastian le indicò il buio.
Al di là di quella sfera di luce, il mondo finiva.
«Rachel adesso allunga una mano verso di noi» disse Moore. «Rebecca sorride.»
«È un sorriso terrificante. Sinistro. Guarda la sorella e sogghigna. Ha la pelle così tesa che riesco a vedere le ossa. E quegli occhi…»
Con la punta delle dita arrivarono al limite del cono di luce, e lì Sebastian si fermò.
«Lo senti?» le domandò.
Moore ascoltò. Sentiva qualcosa, come il rumore di acqua che scorre.
«È la benzina che riempie il serbatoio» suggerì lei. Ascoltò di nuovo. Il rumore veniva da un punto di quell’abisso impenetrabile. «È il torrente? È possibile?»
Sebastian non reagì.
Moore lo guardò. Il volto gli si era improvvisamente allentato, e aveva gli occhi spalancati, fissi.
«Sebastian?» sussurrò lei.
Si accorse che la mascella gli era calata, tanto che teneva la bocca socchiusa. Una goccia di saliva lucente comparve all’angolo delle sue labbra.
«Sebastian.»
Aveva lo sguardo assente. La mano, in quella di lei, era pesante e come avvizzita.
Questo non fa parte del gioco. Ha qualcosa che non va.
«Sebastian» sussurrò, più forte.
I loro polpastrelli rimanevano sospesi ai confini del cono di luce.
«Sei tu?» chiese all’improvviso Sebastian.
Moore seguì il suo sguardo nel buio. Non vide niente, al di là della luce.
Con chi parla? Moore lo guardò di nuovo. Aveva gli occhi che gli tremavano nelle orbite.
Perché vede qualcosa. Vede qualcosa, là fuori!
All’improvviso lui lasciò andare la mano di Moore. Il braccio gli cadde sul fianco. Scattò in avanti, fece un passo, poi due. Stava uscendo dalla luce, ed entrando nel buio.
«Sebastian!»
Il suo volto attraversò il confine. Sembrò dissolversi nell’ombra.
Lei gli afferrò il braccio, per fermarlo.
Senza preavviso, il vecchio ansimò forte e sussultò con tutto il corpo. Scattò all’indietro, per allontanarsi da qualcosa.
Qualcosa nel buio! Qualcosa che è proprio davanti a noi!
Moore voltò leggermente la luce della videocamera, e la sua mano, che ancora gli stringeva il braccio, finì nel buio.
Le sue dita toccarono una liscia superficie di metallo. Un’impugnatura. Con una leggera spinta, sentì l’oggetto che si spostava.
Una sedia a rotelle. Stai toccando una sedia a rotelle.