Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Gary perse interesse nella bistecca, lasciando che il suo sguardo si soffermasse brevemente sulla curva esposta dei seni di Moore, prima di posarsi sulle lenti scure dei suoi occhiali. Le fiamme erano tornate. Danzavano, imprigionate là dentro.
«È solo che… per me l’orrore è molto importante.»
Gli prese le dita paffute tra le sue e attirò più vicino la sua mano.
«Be’, voglio dire, lo capisco» balbettò Gary. «Non ti biasimo per aver detto quello che pensavi.»
Moore rise, sollevata. «Grazie a Dio. Mi dispiace, spero di non averti offeso.»
Con la mano libera, Gary congedò quelle scuse come un odore cattivo. «Per niente. Va tutto bene, davvero.»
Tanner e Phillip assistevano a quel dialogo sempre più increduli. Nessuno dei due aveva mai sentito T.C. Moore chiedere scusa per qualcosa.
«Ho solo bisogno che tu capisca fino in fondo una cosa.» Stava fissando la mano di Gary con qualcosa di simile alla soggezione. Con una delle sue unghie d’argento tracciò uno schema ambiguo sulle nocche pelose e sul dorso, fino al polso.
Gary raddrizzò la schiena.
Moore lasciò che la propria carezza tornasse alla punta dell’indice dell’uomo. Le sue unghie sfoggiavano la perfezione di una manicure costosa, ed era l’unica parte del corpo a cui sembrava dedicare una cura meticolosa.
«Vedi, per me, l’orrore è qualcosa che bisogna sperimentare direttamente.»
«Capisco.»
«Non è una cosa leggera, morbida.»
«Sì.»
Diede un leggero strattone all’indice, come un contadino che prova a tirare la mammella di una mucca.
Un gemito quasi impercettibile sfuggì dalle labbra carnose di Gary.
Tanner guardò Phillip, stupito. Si rendevano conto entrambi che a quel tavolo non esistevano più. Erano superflui. Questo momento apparteneva a Moore e a Gary e a nessun altro.
«L’orrore somiglia molto al sesso» continuò Moore. «È crudo e primitivo e quando è buono – quando è davvero buono – fa anche un po’ male. Ma è un dolore di quelli buoni, sai?»
L’uomo flaccido annuì e fece un verso che nelle sue intenzioni doveva essere una parola, ma in realtà era poco più che un sospiro.
Moore gli carezzò il dito. Su e giù. Su e giù.
«Perché è questo l’orrore. Dolore. Insopportabile, vorace. Così concreto e brutale che quasi lo desideriamo, in una maniera perversa. Ci fa prudere la pelle e bagnare la fica e indurire il cazzo. Dobbiamo sentire che è concreto. Ci rassicura, ci dice che esistiamo. E ciò che mette davvero paura è quando ci rendiamo conto che la nostra ricerca di questa sensazione – di questo essere rassicurati della nostra legittimità – ci ha portato in un posto buio e terribile dal quale non si può fuggire. Questo è il vero orrore. Quando il seduttore si rivolge a noi, e non siamo più noi al comando. Abbiamo perso il controllo. E adesso dobbiamo pagare un prezzo terribile, indescrivibile.»
Moore strinse il dito di Gary, così forte che la punta diventò bianca. Con l’altra mano, prese il coltello da bistecca dal suo piatto.