Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Mia madre ci odiava, me e mio fratello. Ci incolpava di tutta l’infelicità della sua vita. Avrebbe preferito non averci mai avuto; si sentiva in trappola, in una famiglia che non aveva mai desiderato. Così beveva, gridava e ci insultava. Diceva che “non valevamo niente”. Ci chiamava “piccoli ingrati pezzi di merda”. E quando questo non bastava a farla sentire meglio, ci picchiava.»
Moore si chinò in avanti, con il viso allo stesso livello di quello di Sam. «E vostro padre?»
«Era un debole. Sinceramente, credo che avesse paura di lei. Cercava di calmarla, di farla ragionare, ma…» Sam strinse più forte il braccio, massaggiando con il pollice la pelle ripiegata su se stessa. «Sapevo che papà non ci avrebbe salvati. Anche da piccolo, sapevo che alla fine sarebbe toccato a me, o a Jack, opporci a lei.»
Gli occhi di Sam guizzarono in un lampo verso il davanti della cabina. Gli altri non si erano mossi. Tra la distanza e il rumore dei motori, era impossibile che lo udissero. Eppure gli sembrava che tutti stessero in ascolto: Sebastian, Daniel, Wainwright. Perfino la casa, così lontana sotto di loro, sembrava pendere dalle sue labbra.
Basta. Non lasciarli entrare, lo avvertì la sua mente.
Moore doveva essersi accorta che si stava tirando indietro. Alzò una mano e spostò sulla spalla la sua nera criniera, afferrandone un’estremità come la corda di un paracadute, come se potesse tirarla se le cose diventavano troppo reali.
«Per me, era il mio ex ragazzo» disse, con un tono di intimità, quasi un sussurro. «Si chiamava Bobby. Ero giovane, appena uscita dal liceo, e vivevo in un cesso di casa in una cittadina di merda nel deserto a nordovest di Los Angeles. Allora non ero T.C. Moore. Ero solo una brava ragazza cattolica che si chiamava Theresa Catherine, e per me Bobby era tutto. Finché non mi fece questo.»
Indicò la pupilla rotta.
Sam sentì la bocca che si apriva per parlare, ma non aveva idea di cosa dire. «Mi dispiace» azzardò alla fine.
«A me no» rispose Moore. «Mi ero abituata a Bobby che mi picchiava. Era diventato parte della mia vita. Quando però guardai il mio occhio allo specchio per la prima volta, quando vidi come si era aperto quel buio, fu come guardare in un altro universo, dove non dovevo più essere la buona, obbediente Theresa. Così un giorno lo lasciai e basta. Traslocai a Los Angeles e nacque “T.C.” Moore. E non vidi mai più Bobby.»
«Fino a ora» commentò Sam.
Moore annuì. «Ho cominciato a sentire la sua voce, che mi chiamava da qualche parte dentro la casa. “Theresa. Theresa.”»
Disse quel nome come una cantilena, e il suono faceva accapponare la pelle a Sam.
«Quando scrivevo, la voce spariva. Qualche volta, però, ho cercato di lasciar perdere il romanzo, di smettere perché sapevo che si stava impadronendo della mia vita, e allora veniva a trovarmi.»
Il bordo delle sue palpebre scintillava di lacrime.