Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

«Dice che il muro crolla, e qualsiasi cosa sia è così strano, così fuori dal mondo, che il protagonista non riesce a dargli un senso.»

Moore sbuffò, infastidita, e tornò a guardare dal finestrino. «Le classiche stronzate da horror cosmico alla Sebastian Cole. Be’, molto comodo. Ha detto qualcos’altro?»

«Solo che il male…» Sam si interruppe; aveva paura che se lo diceva si sarebbe avverato. «Diciamo solo che i buoni non arrivano esattamente primi sul podio.»

Moore risucchiò l’aria tra i denti.

Ha paura, pensò Sam.

T.C. Moore, impaurita. Sei mesi prima non lo avrebbe ritenuto possibile.

Il jet virò leggermente, e la luce del sole che prima splendeva sul volto di Moore si spostò, e un’ombra profonda le scese di taglio sulla guancia. «Continuo a pensare a quella notte, nella casa» disse, la voce sorprendentemente debole. «Ho questa sensazione, che sia successo qualcosa. Non ricordo bene cosa, però.»

All’improvviso Sam sentì il corpo di Moore premuto contro il proprio, le proprie dita sulla sua pelle, le proprie labbra sulle sue.

Un sogno, pensò. Quella notte ho fatto un sogno. Su di lei. Su di noi.

Gli tornò tutto in mente di colpo, le sensazioni che si riversavano su di lui dal buio. Il gusto della bocca di lei. L’odore della sua pelle. Le proprie dita che scivolavano sulla sua pelle sudata mentre si lasciava precipitare sempre più a fondo nel buio assoluto del suo occhio.

E glielo hai raccontato. Le hai raccontato tutto. In quel sogno.

Nella casa.

Il cuore cominciò a battergli forte nel petto, come un animale selvatico in gabbia.

«Come ti è arrivato?» domandò lei.

Sam inspirò bruscamente. «Come è arrivato cosa?»

«Quando smettevi di scrivere. Che aspetto aveva? Voglio dire, quando lo hai visto davvero.»

Raccontaglielo.

Non capirà, lo mise in guardia la sua mente.

E invece sì. Tu vuoi raccontarglielo. Ne hai bisogno.

Chinandosi in avanti, Sam giunse le mani. Prese fiato, ma non parlò.

Non ancora.

Capirà, si rassicurò. Perché ha conosciuto il dolore, come te.

Fissò le mani giunte. Una volta le teneva così quando pregava, da piccolo, al tempo in cui credeva.

Raccontaglielo.

«Sembrava mia madre.»

Moore allontanò gli occhi dal finestrino. Gli rivolse uno sguardo intenso. «Tua madre? È morta nell’incendio della vostra casa, no?»

Lui non rispose subito. Lentamente, cominciò ad annuire. «Già. Ci fu un incendio, ma…» deglutì forte. «Lei non morì per quello.»

«Che cosa intendi?»

C’era Sammy McGarver, a dieci anni, davanti all’inferno che una volta era stata la loro modesta casa in campagna. Dentro c’era il cadavere di sua madre, ma non era stato il fuoco a ucciderla. Era già morta.

E c’era Jack, accanto a lui. «Non possiamo dirlo a nessuno» stava dicendo. «Nemmeno a papà.»

Era stato allora che Sam si era separato dal fratello ed era corso verso le fiamme.

Sam passò la mano sulla pelle bruciata del braccio sinistro.