Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

La cameriera, lunga e storta come una sigaretta piegata, riempì una alla volta le loro tazze con caffè scuro e denso come fango di fiume. Le offrirono un sorriso di cortesia, e aspettarono finché non si fu spostata lungo la fila di séparé prima di rompere il silenzio.

«Qual è la situazione, allora?» domandò Daniel. Aveva ordinato una piccola montagna di bacon, uova strapazzate e crocchette di patate sommerse di ketchup solo per far vedere che stava bene, che mangiava, che non c’era niente di cui preoccuparsi. Diede giusto un morso al bacon, e poi lo rimise sul piatto.

Guardaci, pensò Sam. Non dormiamo. Non mangiamo. Io peso meno di quando andavo al liceo. E Moore, ha perso tutto il tono. Ha l’aria esausta. Daniel però… si sta consumando. Qualcosa lo divora dall’interno.

Sam lo guardò spingere le crocchette sul piatto con la forchetta.

La gente penserà che è malato, che ha una malattia terribile.

In un certo senso era proprio così. Ce l’avevano tutti.

«Allora?» Daniel stava diventando impaziente.

Moore si rivolse a Sam, alzando un sopracciglio. «Glielo vuoi dire tu o lo faccio io?»

«Lo faccio io» si offrì Sam. Prese fiato.

Comincia dall’inizio.

Così, Sam raccontò a Daniel cos’era successo dopo il loro viaggio a Kill Creek. Gli raccontò dell’insaziabile bisogno di scrivere che lo aveva spinto al limite della sanità mentale; dell’ispirazione che era diventata oppressione; della sensazione di essere di nuovo nella casa delle sorelle Finch ogni volta che si allontanava dal computer; della visita di Eli, che gli aveva raccontato i dettagli dell’ultimo romanzo di Moore; e, alla fine, di quando era andato a trovare lei a Los Angeles, e aveva scoperto che i loro libri erano tanto simili da sembrare impossibile.

Mentre Sam raccontava la sua storia, Daniel affondava sempre di più nel divanetto. Era la prima volta che odiava – ma odiava sul serio – essere tanto coinvolto da una storia.

Daniel guardò Moore, e gli venne in mente una cosa. «Da quando siete arrivati non mi hai insultato nemmeno una volta.»

«Scusami» disse lei.

«Mi fai preoccupare» spiegò Daniel. «Qualunque cosa riesca a ridurti così mi preoccupa.» Spinse lontano il piatto con il cibo.

«Mi sembra di capire che anche tu stai lavorando a un nuovo libro» disse Sam.

«Già.»

«È simile agli altri?»

«Non si avvicina nemmeno.»

«Parlaci di questo libro.»

Daniel obbedì. La trama non fu una sorpresa per Sam. I dettagli erano diversi: i nomi dei personaggi, i luoghi, i moventi delle azioni; ma la struttura fondamentale era esattamente la stessa del suo libro e di quello di Moore, fino al momento in cui il primo mattone veniva via dal muro.

«Quante pagine hai scritto?» domandò Sam.

Contando sulle dita, Daniel fece un rapido calcolo a mente. «Almeno duemila. Forse di più.»

«Interlinea uno o due?»

«Uno.»

«Gesù Cristo sulla croce» sbuffò Moore, tutto di gola. «Non è un romanzo. È un mostro.»