Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Sam McGarver. Lei è T.C. Moore. Siamo…»
Sabrina si incupì.
«Lo so chi siete» disse.
«Dobbiamo parlare con Daniel. È importante.»
Lei restò immobile per un attimo, guardando ora Sam ora Moore e viceversa. Alla fine fece un passo indietro, sgombrando la strada per lasciarli entrare.
«Prego.»
Sam fece un passo avanti, Moore però lo spinse da parte ed entrò per prima.
Si fermarono l’uno accanto all’altra sul pavimento di mattonelle beige dell’atrio, mentre Sabrina chiudeva la porta alle loro spalle.
«C’è?» domandò Sam.
«Oh sì, c’è.» Sabrina guardò il soffitto. «È… lassù. Sta sempre lassù.»
Moore lanciò un’occhiata a Sam. Sapeva cosa c’era lassù: lo studio di Daniel. E lui stava rintanato dietro al computer, proprio come avevano fatto loro per la metà dell’ultimo anno.
«Be’, possiamo parlare con lui?» chiese Moore, che stava perdendo la pazienza. Non aveva viaggiato fino a lì per essere bloccata dai capricci di una casalinga.
Dal piano di sopra arrivò un rumore di passi, mentre qualcuno attraversava una stanza.
Poi, ancora una volta, la casa tornò silenziosa.
«Non è più lo stesso, sapete» disse Sabrina. Era un’affermazione diretta non tanto a loro, ma all’universo in generale, e a chiunque ne muovesse gli ingranaggi.
Scrivi. Scrivi e basta.
Prima erano lì, le parole. Gli scorrevano dalla punta delle dita come una corrente elettrica. E adesso non c’erano più. Si erano interrotte, spente, come una candela con lo stoppino troppo consumato.
Le puoi ritrovare. Devi farlo.
Devi continuare a scrivere.
Daniel strofinò i palmi sudati sulla gamba dei jeans e poggiò le dita sulla tastiera. Guardò l’ultima frase che era riuscito a scrivere: “Il primo mattone venne via”.
Premette un tasto con l’indice destro. Aveva le unghie troppo lunghe. Di solito quando si allungavano troppo le tagliava. Non sopportava la sensazione delle unghie lunghe sui tasti del computer.
Il cursore lampeggiò alla fine di quella frase, come se lo implorasse di essere portato avanti.
Il primo mattone venne via.
Dietro di lui, una forma scura entrò nel suo campo visivo.
Sentì qualcuno che respirava, rauco.
Daniel non sapeva cosa gli facesse più paura: il pensiero che quel qualcuno sparisse, ogni volta che si girava di scatto per guardare, o la possibilità che restasse, e di trovarselo davanti.
Fischiò, mentre respirava con i suoi polmoni infiammati.
All’improvviso gli venne in mente un’immagine: un essere nato prematuro, seduto su gambe tremanti simili a steli, una lucida patina di placenta che scintillava su una pelle gelatinosa, i polmoni fragili come carta, che minacciavano di lacerarsi a ognuno di quei respiri rauchi.
Non ha gli occhi. Non ha gli occhi eppure ci vede. Sotto le sue dita immobili, i tasti cominciarono a premersi da soli.
Una dopo l’altra, le lettere comparvero sullo schermo del computer.
“L’abbiamo presa noi.”
Una mano invisibile si infilò nel petto di Daniel e gli strinse il cuore, strappandolo via, e portandolo giù, all’inferno.