Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Il suo lavoro successivo era stato per una band indie emergente, destinata al successo, che veniva dall’Iowa. Quattro ragazzi bianchi depressi, con i jeans sporchi e le magliette di complessi rock vintage. Quando tornò agli uffici di WrightWire era tardi. Il sole stava tramontando, ritagliando strisce d’oro attraverso le sagome nere e torreggianti della parte bassa di Manhattan. Kate infilò un cavetto USB alla base della videocamera, per collegarla all’ingresso sul lato del suo portatile. Il filmato si scaricò in un attimo. Lei lo scorse, fermandosi quando qualcosa di strano attirava la sua attenzione.
Era di nuovo lì. Da una ripresa all’altra, Kate riusciva a seguire la sua trasformazione come in un cartone animato digitale. Una nuvola confusa e pallida nel primo minuto di filmato. Un ovale verticale a metà della ripresa. Verso l’ultima inquadratura, l’oggetto aveva ormai assunto una forma umana, come uno spettrale quinto membro del gruppo. La fissava con i suoi occhi neri e vuoti, con la mascella abbassata come se stesse per gridare, i capelli scuri sospesi a mezz’aria come per un vento fantasma. Mentre il resto del gruppo faceva del proprio meglio per sembrare distaccato, guardando nel vuoto per suggerire chissà quali pensieri profondi, questo spettro terribile guardava direttamente nell’obiettivo. Le sue dita arcuate scavavano nell’aria. Voleva uscire. Voleva passare attraverso. Per arrivare da lei.
Doveva dirlo a Wainwright. Poteva fidarsi di lui; aveva bisogno che lui le assicurasse che non se lo stava immaginando, che non era impazzita.
Kate batteva nervosamente il piede mentre Wainwright scorreva le stampe delle inquadrature. Lei lo guardava, ma la sua espressione non tradiva in alcun modo i suoi pensieri. Poi si limitò ad alzare le spalle, porgendole il fascio di fotografie.
«Non vedo niente, tesoro» disse. «Mi dispiace.»
Lei guardò le fotografie che lui aveva ancora in mano. Non voleva riprenderle. Aveva paura di ciò che poteva trovarci.
Quella notte, dietro la porta chiusa a chiave del suo appartamento, la cosa tornò a trovarla. Non solo nelle riprese fatte al gruppo di musicisti, ma anche in quelle a Kill Creek. Kate corse al computer, e freneticamente cliccò sulla cartella che conteneva la quasi totalità dei suoi video. Sullo schermo si aprì la sua intera libreria, una gigantesca finestra che conteneva migliaia di icone. Le scorse, con le dita che lasciavano sul mouse strisce umide di sudore. Era là. Sospesa in aria, accanto ai suoi soggetti famosi. Sopra una fermata della metropolitana. Nascosta sullo sfondo durante la cena del Giorno del Ringraziamento, con la sua famiglia.
Una donna pallida con gli occhi vuoti, subito dietro alla sua famiglia ignara e felice.
Una dopo l’altra, Kate stampò le immagini. Le montò sulla parete in file casuali, usando tutto ciò che trovava: puntine, nastro adesivo, colla, gomma da masticare, chiodi, viti. Terminò nella tarda mattinata del giorno dopo, con il sole crudo di fine inverno che, all’esterno, già cuoceva la città.