Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sul muro davanti a lei c’era quel mosaico di immagini casuali, una rassegna assemblata a casaccio della sua raccolta di video. Per un attimo, Kate si era limitata a fissarle, senza respirare, a bocca aperta. Poi si era rannicchiata in un angolo, con il corpo che tremava in maniera incontrollabile, mentre scuoteva la testa.
No, no, no.
Insieme, le immagini spettrali racchiuse in ogni fotografia formavano un unico volto mostruoso, che andava da una parete all’altra, dal soffitto al pavimento. Quella forma pallida tremolava come una lampadina che sta per bruciarsi, ma era là, e torreggiava sopra di lei, le scrutava nell’anima con le orbite vuote: la donna con i fluenti capelli neri.
Quasi due mesi dopo, Kate era ancora rannicchiata sul materasso macchiato di sudore, con le ginocchia premute contro il petto, e il sole nascente che dipingeva il suo appartamento dei colori dell’alba. I suoi occhi perlustrarono la stanza, saltando da una fotografia all’altra. Per il momento sembrava che lo spirito invasore fosse stato esorcizzato dalle immagini, ma lei sapeva che era solo un trucco. Sarebbe tornato. Tornava sempre.
Fece una risatina terrificante, ed era il suono della propria sanità mentale che sfuggiva come l’aria da un pallone bucato.
Le cadde lo sguardo su un manico di legno, sul ripiano della cucina. Oh, sì. Adesso ricordava cosa aveva fatto la notte prima. Al buio le era sembrata una cosa così fredda e crudele, ma adesso… adesso accoglieva con gioia quell’idea.
Si trascinò sul materasso, e poi giù dal bordo, sul pavimento. Il legno lucido era freddo contro le sue ginocchia nude. La sua pelle cigolava mentre si trascinava verso la cucina.
Dal corridoio fuori dal suo appartamento arrivò un rumore come uno squittio, come una ruota che avesse bisogno d’olio. Si spostava lentamente lungo il corridoio, verso la sua porta.
Kate fece del suo meglio per ignorarlo. Lo aveva già sentito, a notte fonda, prima di cadere in un sonno tormentato. Di solito si teneva a distanza, un rumore così leggero che non era nemmeno sicura che ci fosse davvero.
Adesso si stava avvicinando.
Fissò la parete opposta, e avrebbe voluto poterci guardare attraverso. Seguì il percorso del rumore, mentre percorreva lentamente il corridoio.
Appena arrivato fuori dalla porta, si fermò.
Le dita di Kate sfiorarono la base dei pensili della cucina. Le fece scivolare fino al ripiano, brancolando alla cieca. Trovarono il manico di legno di un coltello. Strinse quell’oggetto al petto. Fu sorpresa di scoprire che non era per niente impaurita. Proprio il contrario, in realtà. Erano mesi che non si sentiva così fiduciosa.
Fuori dalla porta c’era silenzio. Poi il pomello cominciò a girare. Lentamente, come per prova. Era chiusa a chiave.
La lama del coltello era fredda contro la sua pelle.
«Salve?» chiamò una voce. Era la voce di una donna, sottile, fragile, come la carta vecchia. «Lo so che sei lì» disse.