Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Venti minuti dopo, la luce del sole era strisciata dall’angolo più alto della stanza fino a metà della parete, dove illuminava una distesa di fotografie attaccare l’una sull’altra. Ogni foto era una stampa 10×15, alcune a colori, altre in bianco e nero, realizzare perlopiù con la stampante di Kate. Era un mosaico di inquadrature casuali, estratte da varie riprese video. Alcune erano ritratti di gente famosa, a metà tra la messa in scena e la ripresa estemporanea. Altre erano immagini più personali, vari scorci di strada, che mostravano la vita come la conosceva una volta. Quelle erano le ultime aggiunte, foto che aveva scattato come in un esperimento oscuro, per assicurarsi che ciò che le stava succedendo non fosse una sua fantasia.

Adesso sapeva che era proprio così. Non c’era alcun dubbio.

All’inizio aveva pensato che fosse un caso. Uno scherzo della telecamera, un malfunzionamento dell’apparecchio. Le prime anomalie si erano presentate nelle riprese dell’intervista a Kill Creek. La maggior parte degli spettatori non se ne erano accorti perché duravano appena un trentesimo di secondo. Kate invece sì. Le aveva rintracciate tutte, fotogramma per fotogramma. Un’ombra che sembrava andare incontro alla luce calante. Un ricciolo bianco nell’angolo di una stanza scura. Poi cominciavano a prendere forma. Un corpo. Una testa. Un volto che guardava dal buio.

Il suo primo pensiero fu che l’intera ripresa era stata rovinata e che quei frammenti di immagine, per quanto rapidi, potevano distrarre gli spettatori. Appena mostrò il video a Wainwright, tuttavia, quelle aberrazioni – una chiazza di luce, una sagoma vagamente umana – scomparvero del tutto. Quando un collega riprodusse il filmato, che adesso era disponibile per l’eternità su WrightWire e YouTube, Kate rimase stupita nel rendersi conto che le immagini erano impeccabili.

La sua mente cercò di tornare a quel momento nel corridoio al primo piano, quando aveva creduto di vedere qualcosa sul suo schermo LCD.

Per una frazione di secondo il muro era scomparso, ricordò. E c’era una vecchia. Non era Rebecca Finch sulla sedia a rotelle. Questa donna era in piedi, con i capelli neri vaporosi intorno alla testa. Stava graffiando l’aria, come se grattasse disperatamente dall’altra parte di un muro invisibile.

Kate però non voleva che quell’immagine si radicasse nella sua mente. Cercò di convincersi che le ombre e i riccioli bianchi nei suoi filmati fossero casuali. Che i suoi file fossero corrotti. Quello che il mondo aveva visto, quella notte, non conteneva nessuno dei difetti che adesso la ossessionavano.