Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sam concluse la chiamata. Aveva lasciato nove messaggi per Daniel, e adesso, al decimo tentativo, una voce artificiale lo informò che la casella vocale era piena.
«Magari non ha con sé il telefono» ipotizzò.
«O forse non risponde e basta» replicò Moore. Era davanti alla grande finestra del soggiorno, e dava le spalle a Sam. Fuori, lontano, le colline verdi e bitorzolute splendevano del sole perfettamente uniforme della California. Moore era una silhouette elegante e decisa, su quello sfondo.
«Potrebbe essere fuori città, in viaggio. Dove non c’è campo» azzardò Sam.
Moore scosse la testa. «Quante volte sei stato fuori città, da quando abbiamo lasciato Kill Creek? Meglio ancora, quante volte sei uscito di casa?»
Sam fece un cenno di assenso. «Questa è la prima volta.»
«Esattamente. No, Slaughter è a casa. Ma non risponde al suo telefono del cazzo.»
Sam aveva passato la notte a casa di Moore, dormendo nella camera degli ospiti, arredata in modo sobrio. Con solo due cambi nella borsa e il necessario per la toilette, non si era preparato a un lungo viaggio. Cominciava a rendersi conto di quanto fosse stata avventata quella decisione. Non si era mai domandato che poteva succedere se fosse rimasto più di una giornata.
Aveva fatto la doccia nello stravagante bagno al piano di sotto, lasciando che l’acqua gli cadesse sul corpo come pioggia. Uscì dalla doccia con un asciugamano avvolto intorno ai fianchi, per trovare Moore davanti a un grande tavolino da toilette. Si stava passando un rasoio elettrico sui lati della testa. Ciocche di capelli neri corti cadevano nel lavandino. Quando ebbe finito, Sam le porse la mano. Senza dire una parola lei gli passò il rasoio. Lui regolò l’altezza della lama e cominciò a tagliare, una striscia dopo l’altra, i suoi capelli troppo cresciuti. Poi tolse il pettine dalla testina e si regolò la barba. Di lì a pochi minuti aveva finito. Si passò una mano sui capelli cortissimi, godendosi quella sensazione sul palmo.
La notte prima era trascorsa senza incidenti. Senza rumori strani. Senza niente che grattasse da sopra il soffitto. Una volta aveva creduto di sentire Moore che si muoveva, e qualche passo nel corridoio, ma erano tornati indietro in fretta e poi erano cessati.
Sam era di nuovo al telefono, nel tentativo di scuotere Daniel, ma sapeva che se volevano parlare con lui avrebbero avuto bisogno di un nuovo piano di attacco.
Si lasciò cadere su un elegante divano in pelle, raccogliendo una statuetta d’avorio dal tavolino, con un pene dalle dimensioni scandalose. Una classica decorazione alla Moore.
«Dunque» disse, «che facciamo adesso?»
«Andiamo a trovarlo» rispose lei.
«A Chicago?»
«Perché no? Tu sei venuto qui a trovarmi, per capire se mi stavano capitando le stesse cose.»
«Sono venuto qui per assicurarmi di non essere pazzo.»