Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Il pastore, Charles Norland, si era appollaiato sul bordo del divano, con le mani umilmente giunte sulle ginocchia come se si preparasse a pregare. Fisicamente, il pastore Charlie non era una figura imponente. Il completo scuro pendeva floscio dalla sua corporatura magra, e aveva slacciato il primo bottone della camicia bianca per consentire a sottili ciuffi di peli neri di fare capolino. Si abbronzava facilmente; anche se passava gran parte delle giornate nella chiesa luterana all’angolo tra la Sesta e Walnut, la sua pelle aveva la bronzea lucentezza dell’estate. A quarantadue anni l’attaccatura dei capelli aveva finalmente cominciato a indietreggiare, ritagliando un picco della vedova. Il pastore Charlie era alto un metro e ottantadue e non doveva pesare più di ottantacinque chili. La sua voce era lenta eppure decisa, sobria eppure potente. Come l’acqua che si infila perfino nelle crepe di un masso apparentemente impenetrabile, la voce del pastore Charlie riusciva a infilartisi dentro le ossa, finché all’improvviso ti ritrovavi davanti a lui come un libro aperto.

Daniel aspettò mentre il pastore Charlie beveva, con cautela, un sorso di caffè bollente. Fissò Sabrina, che si affrettò a distogliere lo sguardo.

Il pastore Charlie buttò giù il caffè e domandò: «Allora, Daniel, che sta succedendo?».

«Niente. Sto lavorando a un nuovo libro.»

«E di solito ti chiudi a chiave per giorni nel tuo studio, quando lavori a un libro?»

Daniel scosse la testa. «No. Ma questo… questo libro è diverso.»

Il pastore prese fiato, facendo fischiare l’aria nelle narici. «È un bel po’ di tempo che non vieni in chiesa, Daniel.»

«Non lo prenda come un fatto personale.» Un sogghigno piegò le labbra di Daniel. Prima non sogghignava mai. Prima.

Nei cinque minuti successivi il pastore Charlie si tirò un po’ indietro, raccontando noiose storie della congregazione: di come Minnie Conrad avesse creato un po’ di subbuglio nel coro della chiesa quando per il suo assolo aveva scelto una canzone pop (Roar di Katy Perry), di come la sedicenne Shelly Ellerman avesse interrotto il sermone di Charlie per il weekend del Memorial Day vomitando in seconda fila (a quanto pare Shelly combatteva con i postumi della sua prima sbronza), di come la Chiesa finalmente avesse raccolto abbastanza denaro da restaurare la più vecchia finestra di vetro colorato della cappella, quella che raffigurava l’entrata di Gesù a Gerusalemme la domenica delle palme (i lavori dovevano terminare a fine settembre).