Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

I residenti dell’edificio si erano raccolti sul bordo del marciapiede. Era evidente che non sarebbero tornati a casa. Il fuoco aveva già fatto troppi danni. Qualcuno tossiva, qualcuno restava in silenzio, la maggior parte guardava quell’inferno con il volto rigato di lacrime. All’estremità opposta del gruppo c’era una madre con suo figlio. Lei non piangeva. Lei sorrideva con affetto al bambino, passandogli dolcemente una mano tra i capelli.

«Perché sorride?» Daniel non aveva potuto fare a meno di chiederle. «Ha perso tutto.»

«Non ho perso niente» aveva risposto lei, a bassa voce. «Mio figlio è tutto per me, e Dio lo ha risparmiato. Dio ci ha risparmiati entrambi. Ho tutto ciò che mi serve.»

Era stato un momento di grande profondità. Insieme al giorno in cui aveva attraversato sano e salvo l’intercapedine dei ragni, da bambino, le umili parole di quella donna accesero per lui una luce degna di Prometeo sulla strada buia della vita.

Ora non più. Quel caldo bagliore si era spento. La salvezza non era una benedizione, ma uno scherzo assurdo, crudele come una banconota da un dollaro attaccata a un lungo filo e tirata via all’ultimo istante.

Di nuovo sentì le assi del pavimento scricchiolare mentre sua moglie si avvicinava alla porta dello studio. Stavolta non tirò dritto. Un attimo dopo, Daniel sentì un leggero bussare.

«Daniel?» lo chiamò Sabrina, intimidita.

«Sto lavorando.»

«Posso aprire la porta?»

«Sto lavorando» ripeté lui, più forte.

Un’altra pausa, ma non sentì i passi di lei che tornavano indietro. Alla fine sua moglie parlò di nuovo.

«Il pastore Charlie è qui.»

Daniel sospirò, irritato. Sabrina lo aveva minacciato più volte di far venire a casa il loro pastore. Adesso aveva concretizzato la minaccia. Perché non poteva lasciarlo in pace e basta?

«Daniel?» Era una voce maschile, profonda e suadente. «Daniel, perché non apri la porta così possiamo parlarne?»

«E di cosa dobbiamo parlare?»

«Dimmelo tu» rispose l’uomo.

A Sabrina tremavano le mani mentre versava il caffè, facendo sbattere forte il bordo del bricco contro la delicata tazza di porcellana.