Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Moore deglutì forte, e iniziò a raccontargli la trama del suo romanzo.
Alcuni nomi dei personaggi erano diversi, le loro storie e i rapporti reciproci assai meno orientati alla famiglia, le loro terribili trasformazioni più oscure e sessualmente perverse, eppure mentre raccontava la propria storia, dalla scoperta della casa fino al momento in cui il martello (l’accetta nel caso di Moore) andava a sfondare il cranio di un uomo nella speranza di aprire quel muro in fondo al corridoio, si rese conto che Sam diceva la verità.
Stavano scrivendo esattamente lo stesso romanzo.
Ancora più sorprendente di questa scoperta, forse, fu la reazione di Moore. Perfino lei si aspettava di lasciarsi andare a una delle sue classiche crisi di nervi, lanciando oggetti e insulti per quella stanza ingombra di cose. Invece, fece un lungo respiro profondo, abbassando le spalle come se ogni muscolo del suo corpo si rilassasse per la prima volta in quasi un anno.
Stai diventando adulta, ragazza mia, rimproverò se stessa.
«Ho scritto quasi un milione e mezzo di parole» disse, dopo un silenzio tanto prolungato quanto gradito. «Tremila pagine. Non riuscivo a fermarmi, semplicemente. Nemmeno per andare ad aprire la porta o rispondere al telefono. A stento facevo una pausa per mangiare e pisciare. Avevo perfino abbandonato il libro che stavo scrivendo prima che andassimo a casa delle Finch. Ero pazza di quel libro, prima di andare a Kill Creek, e poi… non me ne è importato più, semplicemente. Mi importava solo di questa nuova storia.»
«Io ero arrivato a milleduecento pagine» confessò Sam, furioso perché una parte di sé pensava che, in confronto alla produzione di Moore, la sua non si avvicinava nemmeno alla sufficienza. «Scrivevo tutto in modo un po’ prolisso, lo sapevo, ma finché stavo scrivendo…» disse, e poi tacque.
«È ridicolo» commentò Moore all’improvviso, incrociando le braccia strette sul petto, perlustrando la stanza con gli occhi, cercando una risposta che non c’era. «Voglio dire, siamo andati a Kill Creek. Siamo stati ispirati da quel posto. E adesso ne stiamo scrivendo, non c’è altro. Ecco perché succede tutto questo.»
Sam scosse la testa. «Non credo.»
«Non è reale. Non può essere reale. È un’illusione.»
«Un’illusione che stiamo sperimentando entrambi, a quasi quattromila chilometri di distanza?»
«Non sarebbe la prima volta.» Adesso Moore parlava in fretta, ansiosa di trovare una spiegazione razionale. «Ci sono stati infiniti esempi di isteria di massa, nel corso della storia. Le suore che nel Medioevo all’improvviso cominciavano a miagolare come gatte. L’epidemia del ballo nel Cinquecento. La caccia alle streghe a Salem. Gli avvistamenti dell’Uomo Falena nella Virginia Occidentale. La gente si è sempre sentita spingere a cose irrazionali. Ha sempre creduto di vedere cose che non c’erano. Gente senza alcun rapporto reciproco. E queste illusioni si propagavano come malattie.»
Moore vedeva la rabbia che ribolliva in Sam.
«Questa non è un’illusione!» esclamò. «Sta succedendo davvero. È reale.»
«No. No, non posso accettarlo.»
«Non devi accettarlo» disse Sam. «Sta succedendo e basta. A te. A me.»