Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Giusto quella mattina, Sam aveva pensato che prendere un volo da Kansas City a Los Angeles sarebbe stata la parte più difficile di quella sua avventura improvvisata. Trovare la casa di Moore non era un problema; Eli era riuscito con facilità ad avere il suo indirizzo. Quando nessuno rispose al campanello, anche scavalcare la recinzione che circondava la proprietà, con il suo giardino dall’architettura splendida, si rivelò un’impresa sorprendentemente agevole. Una siepe bassa e folta sopportò il peso di Sam abbastanza a lungo perché potesse arrivare alla sbarra più alta del recinto. Ci fu un attimo di tensione quando gli sembrò di perdere l’equilibrio ed ebbe paura di finire impalato sui grossi spuntoni neri che intervallavano il recinto. Gli venne in mente l’immagine di se stesso sdraiato su quell’erba così folta, a reggersi con la mano lo scroto lacerato e insanguinato mentre aspettava l’arrivo dei paramedici. Poi saltò dall’altra parte, e con indifferenza si incamminò nel giardino per il ripido vialetto che portava all’ingresso principale.
Fu allora che si accorse dell’enorme creatura dietro l’angolo, e dovette correre per mettersi in salvo.
Sam guardò la veranda sul davanti della casa. Prese fiato, e provò un’altra volta a gridare. «Moore, fammi entrare e basta! Ti spiegherò tutto!»
«McGarver, che cazzo vuoi?» Era proprio T.C. Moore, con la sua inconfondibile miscela di aggressività e sarcasmo.
«Devo solo parlarti» ripeté Sam.
«E di cosa?»
«Del tuo libro.» Sam sapeva che non sarebbe bastato a ottenere udienza da Moore. Ci pensò per un attimo, poi aggiunse: «Il tuo libro sulla casa».
Ci fu una pausa, che gli sembrò eterna, anche se non poteva essere durata più di un paio di minuti. Poi quel silenzio fu interrotto dal cigolio dei cardini. Sam sentì un fischio, e Moore che gridava: «Lilith!».
Il pit bull obbedì all’istante, e tornò caracollando dietro alla casa.
Moore si era fermata proprio fuori dalla porta d’ingresso, con la sagoma snella avvolta in un elegante kimono di seta. Il davanti era legato in maniera molto blanda, con gli orli che a malapena nascondevano i seni. Era più magra di prima, meno tonica, con i muscoli che avevano lasciato un po’ di spazio alle ossa. Dalla mano destra pendeva, rilassata, una pistola.
«Hai dieci minuti» annunciò Moore, con una stupefacente mancanza di emozione. Poi si voltò e rientrò in casa a passo di marcia, lasciando la porta spalancata per Sam.
Quei dieci minuti dovevano trasformarsi in quasi due settimane. Al momento però, ovviamente, nessuno di loro lo sapeva.
La casa di Moore era esattamente come Sam si era aspettato: fredda, dura, volutamente scomoda e per niente invitante. Era come un blocco di calcestruzzo racchiuso nel vetro, con solo i panorami mozzafiato della città dall’alto delle Hollywood Hills ad ammorbidirne l’esperienza.
Mentre lei lo accompagnava attraverso l’atrio nello spazioso soggiorno, Sam notò la mancanza di confusione. Tutto il contrario di casa sua.