Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Fece qualche altro rapido passo all’indietro e andò a sbattere contro qualcosa alle sue spalle. Subito strinse i pugni e mulinò le braccia, pronta a combattere.
Il muro. Sei andata a sbattere contro il muro; sei patetica, sei una ragazzina impaurita.
Rilassò i pugni e si chinò più vicino al muro, sbirciando nell’ombra. I suoi occhi si abituarono presto al buio.
C’era qualcosa che non andava.
Allungando una mano, la fece scorrere sulla superficie della parete. Non era l’intonaco liscio di casa sua. Erano mattoni a vista, vecchi di decenni, in un muro tirato su a casaccio, come costruito in gran fretta.
Era il muro della casa delle sorelle Finch.
Moore tolse la mano di scatto, non volendo più toccare quei mattoni nemmeno per un istante.
Non sei veramente là. Sei a casa tua, a Los Angeles. Non sei là!
Da dietro al muro, qualcosa grattava freneticamente i mattoni. Quella cosa iniziò a gridare, per il desiderio disperato di uscire. Era un suono debole, con l’eco della distanza, come se al di là di quel muro non ci fossero le Hollywood Hills, ma una stanza immensa e vuota.
Moore si allontanò lentamente, con il corpo contratto per non tremare.
«Vattene» ordinò.
Le grida si fecero più forti. Seguivano un ritmo, una strana, irregolare alternanza di silenzi e ritorni. Non erano più dietro al muro. Erano tutto intorno a lei.
«Vattene!» ruggì Moore.
Batté le palpebre, e i mattoni sparirono, sostituiti dall’intonaco che conosceva bene. Il suono tuttavia era rimasto. Adesso veniva da qualche parte in alto.
Moore piegò la testa, in ascolto.
Era un cane che abbaiava.
Il pit bull per poco non lacerò il volto di Sam.
Sam si affrettò ad arrampicarsi sul piedistallo di mattoni di una delle luci che punteggiavano il giardino. Il cane fece scattare le potenti mascelle, cercando di mordergli i piedi. Non poteva resistere ancora a lungo.
«Moore!» gridò Sam. «Sono Sam McGarver! Lo scrittore! Ti ricordi, ci siamo conosciuti lo scorso autunno, a…» La sua voce si spense. Chissà perché, pronunciare quel nome rendeva tutto troppo reale, significava ammettere che la casa era ciò che li legava.
Il cane abbaiava frenetico, pochi centimetri sotto ai suoi piedi, schizzandogli le scarpe con la sua bava densa e bianca.
A Sam stavano scivolando le dita. Di lì a poco sarebbe caduto a terra, e il cane gli avrebbe strappato la pelle a morsi, facendone caldi bocconi intrisi di sangue.