Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Quando batté di nuovo le palpebre, l’immagine davanti a lui era cambiata.
La sagoma scura adesso era più alta, un metro e ottanta almeno. Il profilo era quello di un uomo con le spalle larghe.
Sebastian si mise seduto, con le decorazioni sulla testata che gli scavavano la schiena. Strinse le palpebre, cercando di penetrare quel buio per vedere chi – o che cosa – si trovasse davanti a lui.
La sagoma scura avanzò trascinando i piedi, un’andatura a singhiozzo che sembrava richiedere un grosso sforzo. Il bagliore cinereo della luce lunare cadde su lembi di pelle scura, evidenziando una folta capigliatura bruna e due caldi occhi scuri.
Ci volle un attimo perché Sebastian riuscisse ad accettare ciò che vedeva. In fondo al suo cervello, qualcosa ancora insisteva che non poteva essere. Che era un’illusione.
Anche se era lì, davanti a lui. Se allungava una mano, poteva toccarla.
Toccarlo, si corresse. Toccarlo. Richard.
«Sebastian» disse l’uomo, con dolcezza.
È lui. Perdio, è la sua voce.
No, c’era qualcosa che non andava. Sebastian non riusciva a capire cosa fosse.
L’uomo sorrise. «Sono io. Sono qui.»
Sono le sue labbra. La sua bocca si è aperta, ma le labbra si sono mosse appena. Non hanno formato quelle parole. Questa voce non viene da lui.
L’uomo si avvicinò. Sembrava riflettere la luce lunare.
«Sono io, amore. Sono davvero io.»
Calde lacrime iniziarono a scendere lungo il viso di Sebastian. Non gli importava di come o perché stesse succedendo. Non gli importava se le cose non erano esattamente come dovevano essere, se era un’illusione o un fantasma o uno scherzo della sua mente sempre più deteriorata. Voleva solo vivere quel momento, proprio lì in quella stanza, in quella casa. «Richard?» A Sebastian cominciarono a tremare le labbra.
«Voglio parlare con te» disse l’altro, con le parole che gli uscivano di bocca e restavano come sospese in aria. «Possiamo parlare anche tutta la notte, se vuoi. Non vado da nessuna parte.»
Chinandosi in avanti, Sebastian allungò una mano tremante, con il desiderio disperato di coprire la distanza che li separava.
L’uomo nell’ombra ricambiò il gesto.
Sam stava sognando.
Era a una festa. Non ricordava chi l’avesse organizzata. La stanza era piena di gente, e gli ospiti portavano cappelli di carta di vari colori. Qualcuno soffiava in una trombetta, mentre altri ridevano colti di sorpresa da quel suono. I loro abiti erano stranamente datati, gli uomini in completo nero e cappello a cilindro, le donne in gonne ingombranti drappeggiate sopra a crinoline. Doveva essere un giorno di festa, forse l’ultimo dell’anno, anche se non ricordava di aver mai preso parte a una festa del genere.