Back Kill Creek Save as PDF
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Alzò la bottiglia di whisky e la scosse. Il liquido bruno che si agitò sul fondo era sufficiente per un altro sorso. Lo buttò giù.

Fatta eccezione per le pagine scritte in quelle ultime ore, Moore sospettò che quel viaggio si sarebbe dimostrato una completa perdita di tempo. Che stava cercando di dimostrare? Che poteva passare un paio di giorni con una decrepita vecchia gloria dell’horror? Con uno scribacchino mainstream? Con un vero artista della stronzata cristiana?

A loro non doveva dimostrare niente. Secondo i loro standard ciò che scriveva era poco raffinato, e infatti era grezzo. Crudo. E questo nuovo romanzo, poi… era qualcosa di completamente inaspettato. Maturo e potente ed epico nella prospettiva, eppure con tutti i tratti caratteristici di una storia di T.C. Moore, così brutale che non perdonava.

Non sarebbe stato facile ignorarlo; ne era sicura.

La stanza cominciò a oscillare davanti ai suoi occhi.

Il whisky. Aveva bevuto quasi tutta la bottiglia da sola.

«È ora di andare a letto, ragazza mia» si disse.

Moore strisciò sul letto, sdraiandosi sullo stomaco, con il braccio che penzolava di lato. La bottiglia di whisky le pendeva tra le dita, e minacciava di cadere.

Si ascoltò respirare, lenta e regolare, con il naso.

Cominciò a chiudere gli occhi.

Dietro di lei, un’asse del pavimento scricchiolò.

«Ciao, Theresa…»

Moore si voltò di scatto, appena in tempo per vedere il pugno che le arrivava dritto in faccia. La colpì sull’occhio e lei ricadde sul letto, scomposta, come uno stupido straccio che qualcuno aveva gettato via.

La bottiglia di whisky finì sul pavimento, rompendosi in un milione di pezzi.

La bestia era sopra di lei. La puzza di birra da due soldi nel suo alito le tolse il fiato. Il pugno della bestia si abbatté su di lei, ancora e ancora, colpendole l’occhio finché non si gonfiò e cominciò a chiudersi.

«Ti credi tanto intelligente, brutta troia» ringhiò l’uomo. Vedeva le labbra muoversi, ma le parole sembravano in ritardo di mezzo secondo. Era come se non venissero davvero da lui, anche se riusciva a sentirlo forte e chiaro.

«Quando imparerai a tenere la bocca chiusa, puttana?»

Il pugno la colpì ancora una volta, spaccandole la pupilla. Con uno schianto, le fratturò anche l’osso dell’orbita.

«Ti prego!» gridò Moore. «Basta! BASTA!»

Un pugno la colpì al ventre, facendola piegare in due, spingendole via con forza l’aria dai polmoni. Voleva gridare…

basta basta basta basta basta basta basta basta basta

… ma non aveva niente per dare concretezza a quella parola.

Sentì una mano che la prendeva per il collo. Non aveva più nemmeno un respiro da soffocare. In corpo non le era rimasto niente.

Smettila di farmi male!

La mano strinse più forte. Sentì i tendini del collo che iniziavano a spezzarsi, come le corde troppo tese di una chitarra.