Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
La punta smussata di una matita correva sulla pagina di carta gialla, riversando parole seguendo linee curve e sguaiate.
T.C. Moore teneva una bottiglia di whisky in una mano e la matita nell’altra. Era seduta sul pavimento, la schiena appoggiata al letto, le ginocchia piegate, il blocco in grembo. Si era sciolta la treccia. I suoi capelli erano drappeggiati sul volto chino, sospeso sopra la pagina.
Era smarrita nella sua storia, nelle vicende della donna che aveva chiamato Sid, nel quadro che Sid stava scoprendo un po’ alla volta, a partire da quell’unico occhio dallo sguardo fisso nascosto al suo interno. Moore adesso sapeva a chi apparteneva l’occhio: a Kubaba, la regina dei Sumeri. Presto, tuttavia, Sid avrebbe scoperto che il dipinto trovato sotto i colori a olio di un’altra opera d’arte era stato realizzato alcuni secoli prima della nascita di Kubaba, per un culto che adorava una donna non ancora nata.
Non la donna, pensò Moore. Il potere. Un potere senza età che un giorno avrebbe trasformato la proprietaria di una taverna in una delle più potenti sovrane del mondo. Un potere che in quel momento si rivelava a una laureata in storia dell’arte, appena nominata curatrice di museo, che si chiamava Sid.
La matita si fermò all’improvviso, con la punta di grafite che incideva una piccola tacca nella carta gialla.
Moore ebbe come un’illuminazione, e tutte quelle parole si ripiegarono su loro stesse come una stella nera al collasso.
Il culto non era affatto di Kubaba. Era di Sid. Tremila anni prima, quelle persone avevano adorato l’essere che questa donna dei tempi moderni sarebbe diventato. Colei che portava la vendetta. Colei che sradicava la debolezza. La rinascita del potere.
Moore portò la bottiglia di whisky alle labbra e bevve. Posò la matita sul tappeto decorato su cui era seduta e sfogliò, una dopo l’altra, le pagine che aveva scritto. I margini erano pieni di annotazioni casuali. Da quando era tornata in camera era riuscita a scrivere quindici pagine. Aveva il corpo ancora caldo per la frenesia della creazione, ma sapeva che per quella sera aveva finito. Il puzzle del romanzo era quasi completo, la profondità di quell’immagine ormai svelata. Moore, però, sapeva quando spingere avanti e quando lasciare sola la storia.
Si cresce nel sonno, le avevano detto una volta. Lo stesso valeva per una storia. Per quella notte l’avrebbe dunque lasciata in pace, permettendole di chiarirsi in via definitiva nella sua psiche. Sull’aereo per tornare a casa avrebbe aggredito quel romanzo con la mente sgombra.
Dopo aver poggiato il blocco sopra la borsa, Moore tolse la maglietta e sfilò i jeans, attraversando la stanza con indosso solo la biancheria. La sua pelle candida contrastava con il reggiseno e le mutandine neri; era il risultato di troppe ore passate al chiuso, malgrado vivesse in una delle città più assolate del mondo.