Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Moore era sul gradino più basso della scala, con una bottiglia di whisky mezza piena che le penzolava da una mano. Fissò la camera al piano più alto, o piuttosto il muro di mattoni che ne impediva l’accesso. Presumeva che gli altri fossero addormentati; non aveva sentito più nulla da quando Sam e Sebastian erano saliti dal pianoterra.
Guardò l’orologio. Le undici precise. Avrebbe voluto andare a letto, cadere in un sonno profondo e senza sogni, e svegliarsi a casa propria. E invece era lì, sola e irrequieta. Strinse le palpebre e fissò il muro di mattoni. In vita sua ne aveva conosciute di stronze fuori di testa, nessuna però che avesse murato la camera della sorella morta.
Poggiò la bottiglia di whisky sul gradino e afferrò la ringhiera prima di salire con grande cautela quella scala ripida. Arrivata in cima si rannicchiò accanto al muro, facendo scorrere un dito sulla calce tra i mattoni. Era molto irregolare, come se i mattoni fossero stati gettati l’uno sull’altro a casaccio. Ovviamente era il lavoro di un dilettante.
Rachel Finch lo ha fatto da sola?
Con l’unghia del mignolo, Moore grattò la calce sotto un mattone al centro, aspettandosi che il materiale così vecchio si sbriciolasse. Non lo fece.
Vaffanculo. Doveva pur combinare qualcosa. Poteva lavorare alle scalette di qualche scena per il nuovo libro sul suo taccuino, finché non si fosse addormentata o fosse sorto il sole, qualunque cosa fosse successa per prima.
Premendo le mani sul gradino più alto, Moore cominciò a tirarsi su. Una delle sue dita scivolò tra un mattone e il gradino di legno.
Guardò in basso. C’era un minuscolo buco, largo abbastanza per infilarci il suo dito esile.
Torcendolo appena un po’, lo spinse più a fondo nel buco finché non sentì la punta che arrivava dall’altra parte.
La camera all’ultimo piano.
Immaginò di trovarsi in quella stanza buia come la pece, e fissare la parete opposta di quel muro di mattoni. Vide la punta del suo dito che spuntava da un buco in basso, come la testa di un verme pallido.
Quell’immagine la fece sentire a disagio. E se c’era qualcosa, in quella stanza? E se vedeva il suo dito e decideva di afferrarlo? E se non lo lasciava più andare?
Basta, si disse, con tono di rimprovero. Era già arrabbiata perché si era lasciata prendere dall’immaginazione nel seminterrato; non aveva bisogno di agitarsi ancora di più.
Moore fece per togliere il dito dal buco nel mattone, ma quello non si mosse.
Era incastrato.
«Oh, andiamo.»
Tirò più forte, lo girò da una parte e dall’altra, ma il muro non voleva lasciarlo.
Dall’altra parte, qualcosa graffiò il mattone.
C’è qualcuno là dentro! pensò Moore, con il cuore che aumentava le pulsazioni come un cavallo al galoppo.
Calmati, cretina, le ordinò la sua mente. Non c’è nessuno là dentro. Tira via il dito e basta.