Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Tutti si rivolteranno contro di te. Resterai solo.

«No» disse, a voce alta. «Io ho Kate.»

Quel pensiero lo riscaldò. Bevve un altro sorso.

C’era qualcuno, all’estremità opposta del corridoio. Vide la sua immagine distorta dal fondo del bicchiere.

Era una donna con i capelli neri.

Abbassò in fretta il bicchiere.

Non c’era nessuno.

Datti una calmata, amico. Ti stai facendo suggestionare da questo posto.

Accanto a lui, la luce del portalampada si spense come una candela. Un attimo dopo, anche il portalampada successivo, lungo la parete, si spense misteriosamente.

Wainwright guardò mentre si spegnevano tutti, uno alla volta, e l’oscurità avvolgeva il corridoio mezzo metro per volta. Presto fu completamente inghiottito dal buio.

«E che cazzo…»

Il suo primo pensiero fu che il generatore avesse di nuovo finito il carburante. Come un’auto, avrebbe sputacchiato ancora per qualche attimo prima di tirare le cuoia, ma doveva avere abbastanza benzina perché le luci restassero accese a metà. Si guardò alle spalle, verso la cucina. Là era ancora tutto illuminato.

Non poteva trattarsi del generatore. Avrebbe interessato tutta la casa. E allora? Un problema con i fili elettrici, forse. La casa era vecchia. Le luci però erano accese dalle quattro del pomeriggio. Perché non avevano avuto problemi prima?

Da qualche parte, nel buio che lo circondava, arrivò un rumore di qualcosa che grattava, come unghie sulla pietra.

In fretta, Wainwright fece un passo indietro, ma andò a sbattere con il tallone contro qualcosa. Perse l’equilibrio e crollò a terra.

Accanto a lui c’era una luce fioca.

Il mio telefono.

Lo aveva ancora in mano. Lo spinse avanti, dirigendo la luce dello schermo sul tratto di pavimento in cui era inciampato.

Vide una scarpa nera da donna, e una lunga calza bianca che spariva nel buio.

Sono proprio sopra di te!

Wainwright si sentì invadere dal panico, come un milione di punture gelide sulla pelle.

Con un gemito patetico, riuscì disperatamente ad alzarsi. Attraversò di scatto lo spazio privo di luce. Non vedeva nulla. Correva alla cieca.

Il bicchiere di vodka. Lo aveva ancora in mano. Lo lasciò andare e sentì il vetro frantumarsi contro il pavimento di legno duro. Corse verso la luce della cucina e, quando la raggiunse, il suo ginocchio destro cedette.

Stava cadendo. Cadeva verso la luce.

Wainwright arrivò a terra di schianto, prima scivolando e poi fermandosi contro la base dell’isola. Era di nuovo in cucina, al sicuro sotto le brillanti luci incassate. Il cuore gli pulsava sfrenato nel petto, e i polmoni gli si riempivano di ansimi disperati.

Si mise seduto e si girò sul pavimento freddo. Guardò il corridoio.

Le luci erano tutte accese. Ogni singola lampadina. Vide l’arco che si apriva sull’atrio e, al di là, la porta per il soggiorno.

Sul pavimento, qualcosa scintillava.

Era il bicchiere che aveva lasciato cadere, frantumato in aguzzi denti di vetro.