Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sopra di lui dondolavano lentamente i piedi di una donna. Indossava un vestito scuro e lunghe calze bianche. Il sangue le si era addensato nelle dita pallide, che si erano gonfiate come salsicce e sembravano sul punto di scoppiare. Sopra la curva dei seni, Sam intravide il suo viso bianco come un osso, i suoi occhi sporgenti che lo fissavano.
Era Rachel Finch.
Sam indietreggiò in fretta, finché non fu a distanza di sicurezza, poi si alzò di scatto, con il cuore in gola, ansimando.
Si sbagliava.
Non è Rachel Finch. Non più.
Il corpo si era modificato. Adesso apparteneva a una donna robusta sulla quarantina. O almeno è questo che era stata. Il corpo era carbonizzato, con la pelle che si staccava come la corteccia di un albero marcito. I pochi capelli rimasti sembravano fusi con il cuoio capelluto, che era cosparso di crateri come la luna. Il calore le aveva fatto esplodere gli occhi nelle orbite, e una sostanza traslucida simile a gelatina le colava sulle guance come lacrime grottesche. Il peso del corpo faceva sì che il collo si tendesse contro la corda, al punto che Sam era certo che la testa si sarebbe staccata di netto.
«Oh Dio, no» mugolò.
Mamma.
Qualcosa si mosse, oltre al dondolio del corpo.
Le tremavano le dita.
Sam guardò la mano di lei che si alzava lentamente. Il moncherino incenerito che una volta era stato un indice si stese, per indicarlo. La donna spalancò la mascella, e ciò che restava delle sue labbra scivolò sopra una fila di denti ancora bianchi, mentre cercava di articolare una parola che senza più la lingua non riusciva a pronunciare. Le uscì di bocca, invece, una nuvola di fumo grigio.
Sam premette i palmi contro gli occhi.
No. No! Non è lei! Non è lei!
Premette così forte che cominciò a vedere pagliuzze d’oro sospese nel buio.
Lei non è qui. Non è reale. Niente di tutto questo è reale. È tutto nella tua testa.
Perché ormai l’hai persa. Sei diventato pazzo.
Quello era il pensiero più terrificante di tutti.
Alla fine abbassò le mani. Aprì gli occhi.
Sull’albero non c’era nessun cadavere.
I rami ondeggiavano pigri nella brezza.
Kate era nell’atrio, seduta ai piedi della scala, quando Sam tornò. Si alzò in fretta, stringendosi in una giacca militare color verde oliva, mentre dall’esterno entrava aria fredda.
«Va tutto bene?» gli domandò.
È il tuo viso, pensò Sam. Sembra che tu abbia visto…
Non riuscì nemmeno a concludere il pensiero. Era troppo ridicolo.
«Tutto a posto» le disse. Non si aspettava che gli credesse. Non era nemmeno sicuro di crederci lui.
Lei si guardò sopra la spalla, per assicurarsi che fossero soli.
«Volevo parlare con te di cosa è successo. Dell’intervista.» Tenne la voce bassa, attenuando così il suo accento, di solito così forte.