Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
«Me ne andrebbe un altro. Vengo con te.»
Cominciò ad alzarsi da tavola con una spinta, ma Sam fece il giro dalla sua parte. «Dammi, te lo prendo io.»
«Grazie, amico» disse l’altro, porgendo il bicchiere a Sam.
Mentre imboccava il corridoio buio, Sam si sentì osservato da Wainwright. Poi si lasciò alle spalle la sala da pranzo ed entrò nella luce della cucina.
La copia di Prateria di fantasmi di Wainwright era ancora sul ripiano.
Sam attraversò in fretta la cucina e afferrò il libro. Poggiò il bicchiere accanto alle bottiglie di liquore, assicurandosi di dare le spalle al corridoio, e lo aprì.
Sembra un testo scolastico. Non lo ha solo letto… lo ha studiato.
Il libro era pieno di segni, proprio come quelli degli studenti del suo corso: le orecchie agli angoli delle pagine, diverse frasi e passaggi chiave sottolineati o evidenziati in giallo, ogni tanto qualche appunto scarabocchiato ai margini.
Sfogliò il libro. Le pagine si fermarono bruscamente, a metà, e qualcosa cadde svolazzando sul pavimento.
Sam si chinò e la raccolse.
Era una fotografia. Datata, dall’aspetto. Il colore era sbiadito, e tutto aveva preso una tonalità giallastra. Ritraeva due donne sedute l’una accanto all’altra, una su un divano che sembrava piuttosto scomodo, l’altra su una sedia a rotelle. Avevano entrambe i capelli neri, anche se la donna sulla sedia a rotelle li aveva tirati indietro in uno chignon mentre l’altra aveva lasciato che i suoi ricci scuri scendessero come una tenda intorno al viso. Con la calligrafia di Wainwright, sopra ciascuna donna era stato scritto un nome: REBECCA per quella sulla sedia a rotelle, e RACHEL per quella sul divano.
Le sorelle Finch.
Rachel guardava dritto nell’obiettivo, e gli occhi scuri erano in contrasto con il pallore estremo della pelle. Rebecca, tuttavia, guardava qualcosa alla sua sinistra, al di fuori dell’inquadratura. Uno strano sorriso piegava in alto gli angoli delle sue labbra sottili.
Avevano qualcosa di familiare. Sam aveva sentito molti racconti su di loro, ma questa era la prima volta che vedeva le sorelle. I loro volti fecero risuonare un campanello che Sam non riuscì a identificare.
La loro pelle. Sembra troppo liscia. Artificiale. Come argilla o gomma. Come…
«Il viso di Wainwright.»
Il suono della sua stessa voce fece perdere un colpo al cuore di Sam.
Fece scivolare la fotografia nella tasca posteriore e sistemò di nuovo il libro sul ripiano. Stava svitando il tappo della bottiglia di vodka quando sentì dei passi alle sue spalle.
Wainwright era fermo sul confine della zona illuminata, appena un passo dentro alle ombre del corridoio.
«Va tutto bene, Sam?»
Sam sfoderò un sorriso e annuì, sperando di non esagerare. «Tutto a posto. Ti sto solo prendendo da bere.»
Wainwright annuì. «Penso che siamo pronti per spostarci in soggiorno. L’intervista comincia tra poco.»
Sam riempì il bicchiere fino al segno della metà e glielo portò.
«Grazie, amico.»
«Di nulla» disse Sam, ma non lasciò la presa sul bicchiere.