Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Daniel guardò il piatto. Sembrò improvvisamente vergognarsi, come un bambino che avesse risposto male a un adulto.
Sebastian si schiarì la gola, tentando ancora una volta di allentare la tensione. Alzò il bicchiere di vino. «Be’, vorrei proporre un brindisi» disse.
Sam fece lo stesso, levando in alto la sua birra. Guardò Daniel e Moore che, per quanto riluttanti, si univano a loro.
«A un eclettico gruppo di scrittori estremamente talentuosi. È un onore condividere questa esperienza con tutti voi. Quando sarò morto, mi affiderei a uno chiunque tra voi come ghost-writer.»
A quel commento Sam scoppiò a ridere all’improvviso, e lo stesso fece Daniel. Perfino Moore dovette soffocare un sorriso.
«Nessuno ti farà da ghost-writer, Sebastian» disse Sam.
«Oh sì, certo che qualcuno lo farà. Il mio editore mi sfrutterà anche nell’aldilà, nemmeno fossi Robert Ludlum.»
Risero tutti ancora più forte.
«L’unico lato positivo è che i miei ghost-writer faranno tutto il lavoro, ma avranno il nome sotto al mio e in caratteri minuscoli.» Sventolò una mano per indicare le scritte sulla copertina. «Scritto da un Uomo Morto, con la collaborazione di un Povero Stronzo.»
Il tavolo fu di nuovo scosso dalle risate del gruppo.
Sebastian alzò il bicchiere. «Salute.»
Grazie a Dio esiste quest’uomo, pensò Sam.
I bicchieri tintinnarono. Bevvero in silenzio. Le candele sfarfallarono.
Qualcosa frusciò nel buio del corridoio. Solo Sam se ne accorse. Smise all’improvviso di ridere e si voltò per guardare nell’ombra.
C’era una sagoma che si muoveva. Veniva verso di loro.
Sam ebbe solo il tempo di pensare: È la casa.
E poi spuntò Wainwright, con due piatti di cibo. Kate lo seguiva da vicino con i drink: una birra per sé e una vodka con ghiaccio per Wainwright. Come al solito aveva la macchina a tracolla, con il microfono direzionale ancora montato.
«Cosa mi sono perso?» domandò Wainwright.
Sam guardò dalla videocamera di Kate allo strano viso, che sembrava di ceramica, di Wainwright. «Da quanto tempo eravate lì?»
Wainwright posò i piatti davanti alle due sedie accanto a Moore. «Di che stai parlando, Sam?»
«Nel corridoio. Quanto tempo siete stati lì fermi, prima di entrare?»
«Non… davvero non capisco cosa intendi, amico.»
Col cazzo.
Wainwright e Kate si sedettero. Kate alzò la bottiglia di birra. «Brindiamo?»
Li guardò, confusi, mentre scoppiavano in un’altra, benvenuta risata.
Sam però non rise. Stava guardando Wainwright.
Per la mezz’ora successiva, mangiarono e chiacchierarono mentre il buio scendeva sul bosco, all’esterno. Le loro voci seguirono il corridoio buio, attraverso la cucina illuminata, per poi passare nell’atrio e su per le scale, echeggiando per i corridoi e attraverso le stanze vuote, finché alla fine le parole non penetrarono nei muri stessi della casa.
Sam fu il primo a defilarsi.
Mentre gli altri parlavano, con disinvoltura ma in fretta finì di bere la sua birra. Alzò la bottiglia vuota.
«Vado a prenderne un’altra. Qualcuno ha bisogno di qualcosa?»
Wainwright prese il bicchiere e fece tintinnare i cubetti di ghiaccio.