Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Adesso Wainwright accennò a quel passaggio scuro, dicendo al gruppo: «Mangeremo in sala da pranzo».
Sull’isola della cucina, Wainwright e Kate avevano sistemato un modesto assortimento di cibo. Accanto ai numerosi contenitori da asporto c’erano una pila di piatti di plastica e una quantità di posate usa e getta.
Sorprendentemente, erano tutti di umore leggero mentre riempivano i piatti ammucchiandoci sopra il tipico cibo da picnic del Midwest: pollo, tacchino, roast-beef, fagiolini, fagioli cotti, granturco, pasta fredda e insalata di patate. Sebastian era indeciso davanti a un vassoio di formaggio e frutta; Moore prese il roast-beef più al sangue; Sam preparò un semplice sandwich di gruviera e tacchino; Daniel, invece, si servì una porzione abbondante di tutto. Le bevande erano egualmente appropriate: Sebastian prese un bicchiere di Bordeaux; Sam una bottiglia di birra dal frigorifero; Moore si era versata del whisky, liscio, e Daniel preferì il tè freddo, una scelta più conservatrice. Wainwright e Kate prepararono i piatti e si versarono da bere per ultimi, permettendo ai quattro scrittori di percorrere il corridoio tutti insieme.
Quando uscì dalla cucina, Sam notò il tascabile con le pagine piene di orecchie di Prateria di fantasmi sul ripiano accanto all’isola.
La copia di Wainwright, si accorse. Da quando erano arrivati non aveva mai lasciato le mani del giovane, e adesso eccolo lì, dimenticato sul ripiano. Sam prese un appunto mentale e seguì gli altri.
Era incredibile come non si fossero accorti della presenza della sala da pranzo. Era uno spazio enorme, molto probabilmente la stanza più ampia della casa. Lungo una delle pareti c’erano delle grandi finestre, che lasciavano entrare in quella stanza simile a una caverna tanto la luce sbiadita della sera quanto un bel panorama dei boschi dietro alla casa. Al centro della stanza c’era un lungo tavolo di legno coperto da una tovaglia rossa. Gli schienali e le sedute delle sedie erano foderati di pelle dello stesso colore, fissata con dei chiodi in stile rustico. C’erano dieci sedie, quattro su ciascun lato e due ai capitavola. Sopra il tavolo c’era un lampadario a due file di luci. C’erano anche tre candelabri accesi, a intervalli regolari. Dalla parte opposta rispetto alle finestre, altre candele tremolavano sulla mensola di un piccolo camino.
Come accadeva di solito quando degli scrittori si ritrovavano, tutti cominciarono a lamentarsi dei loro editori.
«Vogliono che apra un profilo Twitter» annunciò ridendo Sebastian, a capotavola. «Gli ho detto che ho ancora il telefono a rotella e scrivo a macchina.»
«Cristo, quanto sei vecchio» disse Moore.
Sebastian sospirò. «I metodi di una volta avevano qualcosa di meravigliosamente semplice, eppure elegante. Il primo capitolo del tuo libro pubblicato dal “New Yorker” o da “Playboy”. Le pubblicità a tutta pagina sui più importanti quotidiani del Paese. Alcuni eventi ben pubblicizzati allo Strand, o alla City Lights. I libri si vendevano per la qualità della scrittura, non per il numero di follower.»