Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Lei si appoggiò alla ringhiera e rifletté su quella domanda. «Contro la stessa cosa dalla quale tu fuggi, immagino. Nella vita o si combatte o si fugge. Io scelgo di combattere.»
Moore posò lo sguardo sul braccio sinistro di Sam, coperto di cicatrici. Non disse nulla.
Senza la consueta protezione degli occhiali da sole, Sam vedeva distintamente la pupilla rotta di Moore. Sapeva che nella maggioranza dei casi una lesione come quella era il risultato di un trauma fisico. La prima volta che aveva visto il suo occhio, lo aveva trovato rivoltante. Non ne era orgoglioso, ma era così. Adesso ebbe una reazione diversa. Quell’occhio diventò il promemoria costante di un dolore passato.
Abbiamo entrambi i nostri segreti, pensò.
Gli occhi di lei scattarono verso l’alto, e Moore strinse le palpebre sorridendo. Sapeva che lui la guardava, e le piaceva.
«Allora? Che ne pensi di Wainwright?» domandò.
Attento. Non devi sembrare pazzo.
Ma sei pazzo, insistette la sua mente.
«Non mi fido di lui» fu tutto ciò che Sam riuscì a dire.
«E la casa?»
Sam ci rifletté un attimo. «Per ora niente mi ha fatto pensare che le storie siano vere.»
«Come ne scriveresti? Se decidessi di raccontare la sua storia?»
Ora toccò a Sam sorridere.
«Ah, non lo so…»
«Io sì» disse lei, fiduciosa. Si staccò dalla ringhiera e cominciò lentamente a girare intorno a Sam mentre parlava, costringendolo a seguirla. «Cominceresti con un personaggio, che abita in una cittadina apparentemente perfetta, non troppo diverso da te. Sai, un po’ scialbo.»
Sam sbuffò. «Be’, per ora non sembra male.»
«E la casa non sarebbe in campagna; sarebbe proprio in mezzo alla cittadina, così potresti imbottire il libro di troppi personaggi e dettagli del Midwest. Senza offesa.»
Si fermò, dando le spalle alla casa. Incrociò le braccia sul petto e piegò la testa, facendo il verso a qualcuno che riflette con intensità.
«Poi ci sarebbe un ragazzo – un ragazzino, così dolce da risultare stucchevole – ossessionato dalla casa. Forse ha visto qualcosa, mentre ci passava vicino consegnando i giornali, e questo perché nei tuoi libri i ragazzini consegnano ancora i giornali; qualcosa che non riesce a spiegarsi, ma tanto nessuno gli crederebbe. A un certo punto, la casa comincerebbe a infettare gli abitanti della cittadina con la sua malvagità. Le loro voglie più malsane, le fantasie più oscure, che fino a quel punto erano esistite solo nella loro testa, li spingono a commettere azioni indescrivibili. Il male che abita nella casa si attacca a tutti i fili slegati della cittadina, e tira finché l’intera comunità non si scioglie. Alla fine, il ragazzino è l’unico che può fermarlo.» Strinse le palpebre e guardò in alto, prima di aggiungere un ultimo dettaglio. «E… probabilmente il ragazzino sarebbe dotato di una specie di potere psichico, niente di troppo forte però, o qualche stronzata del genere.»
Moore guardò Sam e sorrise, accattivante.
«Allora? Come sono andata?»
Ti ha scattato una fotografia, si disse lui.