Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Sam passò sotto a un grande arco ed entrò nell’atrio. Alla sua sinistra c’era l’ascensore. La porta a fisarmonica era chiusa. Un’ombra fitta oscurava gli angoli della cabina, in basso. Oltre l’ascensore c’erano le scale che portavano al piano superiore. Arrivò alla porta d’ingresso e l’aprì, uscendo sulla veranda.

Non c’era nessuno.

Sam si chiuse la porta alle spalle. Si guardò intorno, ascoltando.

Sentì solo il leggero fischio della brezza e il fruscio dell’erba.

Chiamò: «Moore?».

Nessuna risposta.

Attento, si disse. Potrebbe essere Wainwright che ti gioca qualche scherzo. Vuole metterti paura, prendersi gioco di te e poi filmarti.

O peggio. Magari per noi ha pensato a qualcosa di più oscuro.

Sam si liberò di quel pensiero. Le assi segnate dalle intemperie scricchiolarono sotto i suoi piedi mentre raggiungeva il punto preciso dove aveva visto la donna. Poggiò le mani sulla ringhiera, proprio come aveva fatto lei. Guardò il giardino.

Davanti a lui c’era il faggio, con i rami curvi come artigli. Sembrava che la brezza non avesse alcun effetto sull’albero. I rami erano immobili, le poche foglie sembravano congelate.

«La impiccarono a uno di quei rami» disse una voce vicina.

Moore era appoggiata alla parete dietro l’angolo, nella sezione successiva della veranda. Teneva la testa piegata all’indietro ad angolo acuto, tanto che Sam non ebbe altra scelta se non fissare la sua pupilla rotta.

«La donna di Goodman. Trascinarono fuori il suo cadavere e lo impiccarono. E per quale motivo?»

«Erano dei predoni confederati» disse Sam.

«Erano dei pezzi di merda.»

«Così è ridondante.»

Moore lo fissò in silenzio per un attimo, poi si staccò dal muro e avanzò lentamente sulla veranda per fermarsi accanto a lui. Guardò l’albero. La brezza aumentò, eppure i suoi rami non si mossero.

«Spero che, quando sono morti, abbiano visto il volto gonfio di lei che li fissava dall’albero, e abbiano saputo che li aspettava dall’altra parte.» Tacque, godendosi quel pensiero. Poi, il sorrisetto maligno che aveva sulle labbra svanì un po’ per volta.

Non pensa davvero che potesse succedere, si rese conto. Sa che qui non c’era giustizia.

Sam ascoltò il vento che sussurrava tra loro. Moore sembrava persa in pensieri gravosi.

«Ho letto i tuoi libri» disse Sam, nel tentativo di alleggerire l’atmosfera.

«Ah sì?»

«Sono incasinati, ma nel modo migliore possibile.»

Moore rise, una risata sincera che non riuscì a trattenere. Si rilassò, appena un po’.

«Ho letto anch’io i tuoi» disse.

Oh, eccoci, adesso arriva.

«E…?»

«E tu invece ti trattieni.» Si voltò verso di lui. Lo studiò con i suoi occhi male assortiti. «Come se volessi essere prudente. Come se nascondessi qualcosa.»

Nella gola di Sam salì un ricciolo di fumo, che si contorceva cercando di aderire alla trachea.

«Tu invece» riuscì a rispondere, «scrivi come se andassi in battaglia. Cos’è, Moore? Contro cosa combatti?»