Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sullo schermo, l’immagine era perfettamente esposta. La ricchezza della luce del sole lasciò il posto alle buie profondità dell’ombra, mentre lei con un movimento fluido inclinava verso l’alto la videocamera. Uno alla volta, i gradini conducevano sempre più su. Con attenzione, Kate cominciò a spostare lo zoom indietro, per inquadrare il muro di mattoni in cima.
Il muro, però, non c’era più.
«Cazzo!» disse, buttando fuori il fiato che aveva trattenuto.
Inciampò all’indietro. L’inquadratura era rovinata, ma a lei non importava. Aveva visto…
Che cazzo ho visto?
Guardò in cima alle scale, mentre con tutta se stessa si diceva di non farlo.
Vattene. Corri. Non vorrai vederlo di nuovo!
Il muro di mattoni era lì, come prima, come doveva essere.
Il pollice, scivoloso per il sudore, trovò il tasto per rivedere il filmato, e lo premette.
Sullo schermo LCD, Kate guardò la macchina salire con grazia lungo le scale, fino al muro di mattoni che copriva la porta della camera. Il muro non era scomparso. Allora perché credeva di aver visto…
Una donna, comprese Kate, mentre l’immagine si formava di nuovo nella sua testa. Il muro non c’era, al suo posto c’era una donna con i capelli neri e stava… stava…
Kate strinse forte le palpebre, cercando di costringere la sua mente a ricordare.
«Stava graffiando l’aria» disse a voce alta.
Di questo era certa.
La donna stava graffiando l’aria, le dita curve come artigli, con le unghie che scavavano nello spazio davanti a sé come se il muro fosse ancora lì.
Kate rabbrividì.
Era in trappola. E voleva uscire.
Come il resto della casa, anche il soggiorno sembrava un museo in cui avessero tolto i cordoni rossi per lasciare passeggiare liberamente Sam.
È il silenzio, pensò.
In parte era così. Il silenzio nella casa incoraggiava un senso di riverenza. C’era pure, tuttavia, l’eccezionale bravura artigianale mostrata in ogni stanza. Il pensiero che un uomo solo fosse responsabile tanto della struttura quanto della ricchezza degli innumerevoli dettagli lo sbalordiva. La cornice di pietra del camino. Il motivo delle foglie e dei rampicanti intagliato nelle modanature. Perfino la grana dei pavimenti di legno sembrava allungarsi e curvare secondo uno schema intenzionale.
Sam si addentrò nella stanza e si trovò a guardare dalla grande finestra che dava sul giardino anteriore. Fuori, una leggera brezza faceva oscillare dolcemente l’erba alta. Il vialetto di ghiaia attraversava il giardino e superava il ponte di legno per sparire in un muro di alberi. Sopra agli alberi, un po’ di grigio era svanito per mostrare, al di sotto, chiazze di cielo azzurro.
Subito fuori dalla finestra c’era una donna.
Sam restò senza fiato.
La donna era comparsa dal nulla, e adesso stava alla ringhiera della veranda, e guardava anche lei in giardino. I vestiti neri le aderivano al corpo snello, e una singola treccia di capelli si snodava come una corda lungo la sua schiena.
Moore, pensò, e immediatamente si sentì uno stupido.