Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Poi successe una cosa incredibile, l’ultima che Daniel si sarebbe aspettato. Sentì la luce del giorno che lo scaldava. Con un’ultima spinta si lanciò fuori dall’intercapedine, all’aria aperta. Una raffica di vento gli tolse di dosso i ragni. Daniel rotolò sull’erba, sperando di schiacciare qualunque creatura letale gli fosse rimasta sotto la sottile camicia di cotone.

«Cosa cazzo gli è preso?» chiese Kenny, stupidamente.

Daniel aprì gli occhi, stringendo le palpebre al sole dell’estate. Peter e Kenny erano immobili sopra di lui, due sagome nere prive di lineamenti contro il cielo chiazzato di nubi.

Sagome nere.

Alzandosi di scatto, Daniel si tolse la camicia, muovendo in fretta le mani sulla pelle flaccida e allentata.

«Ne ho qualcuno addosso?» L’isteria gli faceva tremare la voce.

«Qualcuno chi?» domandò Peter, confuso.

Kenny moriva dal ridere alla vista della ciccia di Daniel che tremava, e non trovava abbastanza aria per alimentare quelle risate simili a nitriti.

«Ne ho qualcuno addosso?» ripeté Daniel, stavolta gridando.

Peter diede una rapida occhiata alla schiena del fratello, incerto su cosa stesse cercando, ma pensando che se lo avesse visto lo avrebbe capito. Alla fine scosse la testa. «No, non c’è niente.»

«Niente? Sei sicuro?»

«Niente» ripeté Peter.

«Ehi» disse Kenny a Daniel, con la sua risata equina che sfumava e si trasformava in un modesto ridacchiare. Mise le mani a coppa, come se volesse afferrare qualcosa. «La palla, stupido.»

Daniel si guardò la mano destra, che ancora stringeva la preziosa palla da baseball di Peter. Perfino accecato dal panico non l’aveva lasciata cadere.

Peter fissava il fratello minore, accigliato, con la testa piegata. «Che c’era là sotto, Danny?»

Daniel non glielo disse subito. Aspettò di essersi controllato a fondo, in piedi con la schiena rivolta allo specchio crepato del bagno, sbirciando da sopra la spalla per la minima traccia di morsi.

Non ce n’erano. Nemmeno uno.

Quella sera, Daniel, Peter, Mary Kay e la madre assistettero dalla parte opposta del giardino mentre il padre lanciava una bomba insetticida nell’intercapedine, strappando la sicura e lanciandola come una granata in un bunker. Quando il fumo bianco velenoso uscì da sotto la casa, facendola assomigliare a un razzo squadrato e traballante pronto per il decollo, Daniel si accorse di due verità indiscutibili:

Kenny Milburn era uno stronzo di prima categoria.

E Dio era amore.

Dall’altra parte del pozzo, il sentiero era ancora più soffocato dalla vegetazione, ma attraverso le foglie si distingueva comunque un percorso. Daniel lo seguì, attento ai rampicanti pieni di spine che cercavano di agguantarlo mentre passava.

Sotto la copertura degli alberi era buio anche in autunno. Le foglie grasse e fragili delle querce e degli olmi rifiutavano di lasciare i loro rami, riducendo la luce del sole a pochi semplici nastri luminosi.