Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

L’asse che si era spezzata sotto al suo piede serviva a coprire un pozzo, lo stesso del quale Wainwright si era preoccupato di avvertirli. Con il piede, Daniel spazzò via la copertura di foglie secche e rampicanti, per scoprire una serie di assi imbarcate e segnate dalle intemperie sistemate a casaccio sopra l’imboccatura di pietra del pozzo. Anni di pioggia, neve e termiti voraci avevano imposto a quelle assi un duro pedaggio. Grandi crepe irregolari scavavano in profondità quella carne lignea, con i fianchi delle assi che si sbriciolavano a toccarli. Probabilmente non avrebbero sostenuto nemmeno la snella Kate, figuriamoci la persona più massiccia del gruppo. Il tuttofare che Wainwright aveva mandato a preparare la casa doveva aver trascurato il pozzo, altrimenti avrebbe di certo rimpiazzato quelle assi. Quantomeno, avrebbe circondato l’area con del nastro bianco e rosso.

Daniel infilò una mano sotto l’asse mediana, e le sue dita nude affondarono leggermente nel legno marcito. La testa gli si riempì del pensiero dei ragni, delle loro zampe sottili e simili ad aghi che correvano nel buio; delle zanne che stillavano veleno dorato; dei corpi neri e lisci, nati dalle ombre; delle ragnatele negli angoli e nelle fessure dove solo loro potevano arrampicarsi, come un sentiero fatto di incubi di seta. Daniel sentiva l’odore di umidità delle pareti coperte di muschio del pozzo, dell’acqua stagnante molto più in basso, del buio totale. Guardandosi intorno vide una pietra, seghettata come i denti di una belva estinta da tempo, e tenendola direttamente sopra quella fessura buia la fece cadere nel pozzo. Il suo precipitare gli sembrò lungo in modo inverosimile, e il rumore dell’acqua quando arrivò in fondo fin troppo debole.

Non può essere così profondo, pensò. Era impossibile. Nessun pozzo doveva scendere così in basso, a meno che scavarlo non avesse spalancato un abisso senza fine, un pozzo nero nascosto a lungo dai movimenti della terra.

L’odore antico che saliva dal pozzo suscitò in Daniel, come accade per molti odori perduti, un ricordo che aveva cercato di allontanare. Quand’era solo un ragazzo, lui e la sua famiglia – i genitori, il fratello Peter, la sorella Mary Kay – abitavano in una casa fatiscente, ma con tre camere da letto, a una sessantina di chilometri a sud di Chapel Hill, nel North Carolina. Non era la loro prima casa, e nemmeno la loro preferita. Suo padre aveva perso il suo impiego come manutentore per il municipio e, con un’allarmante scarsità di lavoro nella zona, non gli era rimasta altra scelta che sradicare la famiglia e ritirarsi nell’unico posto che non richiedesse di accendere un mutuo: il capanno da caccia di suo padre.