Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Sebastian si chiuse la porta alle spalle, con il chiavistello che scattava obbediente. Con un sospiro stanco, poggiò la valigia sul pavimento e guardò la stanza. Era una sistemazione piuttosto spartana. Un copriletto patchwork in rosso e nero era steso su un letto a baldacchino. Nella fantasia del copriletto c’era una striscia dorata che si snodava come un ramo di edera lungo un recinto. A fianco del letto c’erano due comodini di quercia scura. Su quello di sinistra c’era una lampada d’ottone, da tempo opacizzata, con il paralume reso fragile dagli anni. Sul comodino a destra c’era solo un leggero strato di polvere.

Ecco dove Richard avrebbe posato gli occhiali da lettura, pensò Sebastian. Riusciva ancora a immaginarseli, due lenti rettangolari in una semplice montatura di metallo.

L’unico spazio comunicante era un bagno. La porta era socchiusa. Da dove stava, Sebastian vedeva solo una frazione della stanza. Il pavimento era fatto di minuscole piastrelle bianche. Erano pulite, posate in modo perfetto, e splendevano alla luce del primo pomeriggio.

Sebastian mise la valigia sul letto, sfiorando con le dita il cuoio consumato dai tanti viaggi, prima di fare scattare le serrature. Tirò fuori i suoi abiti, piegati meticolosamente: un paio di pantaloni, una camicia bianca a righine blu con i bottoncini al colletto, un paio di calzini neri; l’abbigliamento per il giorno dopo. Il giorno dopo, quando questa egoistica trovata pubblicitaria sarebbe finita.

Mise gli abiti nel primo cassetto di un mobile vicino. Nel secondo cassetto mise il pigiama, con la giacca di cotone a quadri e i pantaloni chiusi con una cordicella. Un pigiama da vecchio. Proprio come quello di suo padre.

Suo padre. A nemmeno settant’anni, con lo stesso pigiama a strisce, il volto cadente, un filo di bava che scendeva sul mento coperto di stoppie grigie. Sebastian ricordava quel momento con grande chiarezza, quando aveva letto a suo padre le poesie di W.S. Merwin. Aveva in mente ogni singolo verso, ogni cenno della testa del padre, ogni goccia di saliva scesa dalle sue labbra. Un uomo sulla sessantina non avrebbe dovuto stare così male, ma eccolo là, separato dal mondo. La parte peggiore erano gli occhi, lo sguardo vuoto puntato sul grande Nulla, ciechi anche verso suo figlio seduto davanti a lui.

Questo è l’orrore, pensò. Questa è la vera atrocità, quella che spero di catturare nei miei libri.

Sebastian fece un respiro profondo e si concentrò.

Nella valigia erano rimasti solo il taccuino (con diverse pagine di appunti quasi indecifrabili che aveva preso durante il viaggio in aereo), le penne (ne erano rimaste tre, la quarta l’aveva lasciata nella stanza dell’albergo di Kansas City), la sua copia della Casa sull’abisso di William Hope Hodgson, e un nécessaire. Gli articoli per la toilette – uno spazzolino da denti, un tubetto da viaggio di dentifricio Crest, una saponetta, un pettine di metallo e un flaconcino di aspirine – andavano in bagno.