Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Aveva poggiato il tascabile sul comodino, proprio accanto alla sveglia digitale. Cercava l’interruttore della lampada, quando una voce gli gridò nella testa:
Non farlo!
Non era la sua voce. Era più lieve. Più dolce. Eppure, aveva dentro una forza incredibile.
Era la voce di sua figlia Claire.
La sua Claire. Non ancora sedicenne, adolescente in tutto e per tutto, eppure era la sua roccia. La sua speranza. La sua vita.
La mano di Daniel era ancora sospesa a pochi centimetri dall’interruttore, mentre ascoltava gli ultimi echi di quella voce svanire nel buio.
Era un uomo adulto. Non avrebbe dormito con la luce accesa. Poteva assicurarsi, però, che quella dannata copertina inquietante non lo fissasse per tutta la notte.
Daniel aprì il cassetto del comodino, ci lasciò cadere dentro il tascabile, proprio accanto alla regolamentare copia della Bibbia.
Strani compagni di letto, pensò.
Sperò che la cara vecchia Bibbia di re Giacomo riuscisse a tenere a bada quei volti spettrali fino all’alba.
Ed eccolo lì, alle dieci e un quarto del mattino, a fissare il pavimento e il libro che era convinto – era sicuro – di aver chiuso nel cassetto del comodino.
Avanti, amico, ti ricordi male, pensò. Era tardi. Eri stanco.
«Certo» disse Daniel ad alta voce. «Forse.»
Si tirò su dal letto, accertandosi di scavalcare il libro mentre andava in bagno.
Lo lasciò sul pavimento finché non fu pronto a uscire.
Moore era sul marciapiede, con il manico della borsa stretto in una mano mentre fissava, dietro agli occhiali da sole a forma di occhi di gatta, quella mostruosità parcheggiata a pochi metri. Alle sue spalle, la porta automatica dell’albergo si aprì con un fruscio, e Daniel uscì di corsa, portandosi dietro una grossa valigia. Aveva il viso rosso e sudato, anche nell’aria frizzante di ottobre.
Anche lui si fermò di colpo, quando lo vide.
«Quella è la nostra auto?» domandò.
Moore si passò la lingua sugli incisivi superiori. «Purtroppo credo di sì.»
Figlio di puttana, pensò. Adesso è ufficiale: siamo scappati con il circo.
Lo sportello laterale del Volkswagen Microbus d’epoca era spalancato, mostrando una fila di posti al centro e una terza in fondo. Kate era appoggiata contro la carrozzeria giallo pallido del pulmino. Portava un paio di pantaloni cargo e una maglietta termica a maniche lunghe. A differenza della sera prima, era senza trucco, e su ciascuna guancia si notavano gruppetti di cicatrici dovute all’acne. Aveva i capelli castano scuro pettinati all’indietro in una coda di cavallo e la macchina fotografica appesa alla spalla. Parlava sottovoce con Wainwright, che indossava un paio di jeans blu scuro e una giacchetta di pelle nera sopra una semplice maglietta bianca con lo scollo a V. I suoi capelli folti sventolavano nella brezza morbida, e le ciocche ricadevano intorno alla montatura di un paio di classici occhiali da sole da pilota.