Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Gli venne un pensiero, improvviso e del tutto irrazionale:
Caspita, non riuscirò ad alzarmi.
Spostò la mano dal comodino al telaio del letto, e ci si aggrappò per fare leva. Nel passaggio, la mano urtò un volumetto accanto alla sveglia e lo fece cadere sulla moquette.
Daniel guardò giù.
Era il libro che Kate gli aveva dato la sera prima.
Prateria di fantasmi.
Daniel si lamentò, irritato con se stesso.
Quel libro era il motivo per cui aveva dormito fino a tardi.
Sapeva che una volta rientrato dal ristorante dell’albergo, poco dopo le nove, sarebbe dovuto andare subito a letto. Il libro, tuttavia, lo aveva intrigato fin dal momento in cui Kate glielo aveva passato. C’entrava la copertina, che paragonata alle illustrazioni esagerate che presentavano i suoi romanzi era ingannevolmente semplice. C’era la casa, come sospesa su un mare di erba alta, con una sola luce nella finestra più in alto, che splendeva con un senso di minaccia soprannaturale. Aveva avvicinato la copertina agli occhi. Erano dei volti, quelli che spuntavano tra gli alberi, dietro alla casa? Non poteva esserne certo, ma le ombre tra gli snelli tronchi degli alberi sembravano assumere forme vagamente umane.
Si era accomodato sulla sedia al tavolino vicino alla finestra, e aveva aperto il libro.
Una storia vera di orrore soprannaturale, proclamava il sottotitolo.
Aveva cominciato a leggere.
Il linguaggio era giornalistico, tendeva quasi allo stile di un saggio, ma c’erano abbastanza espressioni ricercate e frasi a effetto, tanto che Daniel si ritrovò, non senza un certo senso di colpa, trasportato dalla stanza di albergo a Kansas City e depositato nella campagna buia intorno a Kill Creek.
Era là insieme all’autore, il dottor Malcolm Adudel, mentre Rachel Finch lo salutava. Il volto di lei era l’incarnazione della luce lunare, in netto contrasto con i suoi capelli che erano neri come una notte senza stelle. Seguiva Adudel mentre il parapsicologo esplorava la casa, stanza dopo stanza, ascoltando la brezza fantasma che spazzava i corridoi come l’aria nei polmoni. Quando chiudeva gli occhi, Daniel vedeva il macabro volto di Rebecca Finch, già morta quando Adudel andò a visitare la casa e tuttavia non meno presente della sorella Rachel. Daniel sobbalzò diverse volte sulla sedia, quando il carrello del servizio in camera passò nel corridoio fuori dalla porta.
Era sicuro, era assolutamente certo, che si trattasse del cigolio della sedia a rotelle di Rebecca Finch.
Era arrivato a due terzi del libro, prima di accorgersi che leggeva da quattro ore. Era passata l’una del mattino.
Si alzò in fretta, si lavò i denti e indossò il suo pigiama a strisce. Poi Daniel si infilò tra le coperte, deciso a lasciare il libro dov’era e mettersi a dormire.
Però c’erano quei volti, nel bosco, sulla copertina. Adesso era sicuro di non esserselo immaginato.
Quando girò l’ultima pagina erano quasi le quattro del mattino.