Back Kill Creek
Chapters (53)
  1. Copertina
  2. Il libro
  3. L’autore
  4. Kill Creek
  5. Prologo
  6. Un invito
  7. Uno
  8. Due
  9. Tre
  10. Quattro
  11. Cinque
  12. Sei
  13. Sette
  14. Otto
  15. Nove
  16. Un sussurro dall’altra parte del muro
  17. Dieci
  18. Undici
  19. Dodici
  20. Tredici
  21. Quattordici
  22. Quindici
  23. Sedici
  24. Diciassette
  25. Diciotto
  26. Un’ombra troppo lunga
  27. Diciannove
  28. Venti
  29. Ventuno
  30. Ventidue
  31. Ventitré
  32. Ventiquattro
  33. Venticinque
  34. L’arto fantasma
  35. Ventisei
  36. Ventisette
  37. Ventotto
  38. Ventinove
  39. Trenta
  40. Trentuno
  41. Trentadue
  42. Trentatré
  43. Trentaquattro
  44. Trentacinque
  45. Trentasei
  46. Trentasette
  47. Trentotto
  48. Trentanove
  49. Quaranta
  50. Sotto il tappeto
  51. Quarantuno
  52. Epilogo
  53. Ringraziamenti

Nell’ultima visita al banco dei pegni, Sam si era imbattuto in una stella da ninja che suo padre gli aveva permesso di comprare dopo avere accettato che usasse i suoi soldi e una volta promesso di non tirarla a qualche gatto randagio. Sam sperava di trovare un’altra arma, magari un pugnale da lancio o un coltello con il manico a farfalla. Malgrado la tragedia che si addensava continuamente sopra di lui come la nube di una ciminiera, Sam era ancora un ragazzo e non c’era nulla di altrettanto soddisfacente che scagliare un oggetto affilato contro il tronco di un albero e guardarlo restare attaccato. Quel giorno però, quel pomeriggio d’estate di metà luglio, Sam trovò un libro.

Era il terzo dall’alto di una pila di tascabili assortiti, proprio sotto la Guida ai funghi commestibili e un dozzinale romanzo d’amore con in copertina un uomo alla cui camicia, a quanto pareva, era rimasto solo un bottone funzionante (il più in basso, ovviamente). Il titolo del terzo libro lo intrigò subito, anche se non sapeva esattamente perché. Era per l’immagine, semplice ma inspiegabilmente inquietante, che gli faceva venire in mente quella di un’oscura sagoma umanoide lunga e sottile, con le dita della mano tesa che finivano ad appena qualche centimetro dalla scarpa di Sam.

Il libro si intitolava Un’ombra troppo lunga.

L’autore era Sebastian Cole.

Nel momento stesso in cui Sam lesse il primo paragrafo, seduto nella cabina del pickup Dodge del padre, con cinquanta centesimi in meno in tasca, seppe che quel libro valeva mille stelle da ninja. Ogni parola era una pista da seguire, e lui la seguiva, lontano dal ricordo dell’incendio, lontano dalle innominabili soluzioni al proprio dolore che nessun bambino dovrebbe prendere in considerazione, e alla fine lontano anche dalla minuscola cittadina di Blantonville, in cerca di cose migliori. Inseguì le parole di Sebastian Cole per i successivi tre decenni mentre prima imitava, poi respingeva, e alla fine omaggiava l’autore con le proprie storie.

Sebastian Cole, da solo, era stato la maggiore influenza sulla vita artistica di Sam. Gli aveva letteralmente salvato la vita. E adesso veniva verso di lui, e lo riportava di colpo al presente con ognuno dei suoi passi così eleganti.

«Sembra proprio che il signor Wainwright abbia deciso di dare una festa.»

Le parole di Cole riverberarono nel buio, con lo stesso suono di un archetto coperto di resina passato sopra le corde di uno strumento accordato alla perfezione.

Questa è la voce che senti proprio prima di nascere, pensò Sam. La voce che ti dice: «Combatti la buona battaglia!», prima di essere scagliato in questo mondo che non perdona.

«Sono…»

«Sappiamo chi siete» disse Sam, e immediatamente si odiò per essere così melodrammatico.

Sembri un fanboy del cazzo, lo rimproverò la sua mente.

Daniel Slaughter, a quanto pareva, non condivideva la paura di Sam. Tese con entusiasmo una zampa paffuta, che sembrò divorare la fragile mano di Cole.