Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Il Getty Center era un’aggiunta abbastanza recente alla città di Los Angeles: aveva aperto al pubblico nel 1997. Forse era per questo che Moore lo preferiva ad altri musei: la mancanza di una vera storia. Fingeva di essere altrettanto antico e importante delle opere che custodiva. Era una vecchia anima in un guscio nuovo. L’edificio era convinto di fare un favore all’arte, proteggendola, mostrandola a tutti. Il guscio aveva invitato l’anima a entrare, ma un giorno sarebbe crollato, e l’anima si sarebbe trasferita altrove.
L’anima era un parassita.
Moore guardava, mentre figure scure scivolavano lungo le pareti, per apprezzare il genio a trenta secondi per volta. Erano persone fatte d’ombra. Non erano niente, per lei.
Si sedette al solito posto, sulla panca sotto il lucernario, e guardò il suo quadro preferito dell’intero museo, una Giuditta che decapita Oloferne. Una serva tiene giù il malvagio Oloferne, mentre Giuditta gli attraversa la gola con la lama di una spada. Lui lotta, le mani spingono disperatamente contro il mento della serva, eppure lei si rifiuta di lasciarlo andare. Il panico che doveva aver provato, a svegliarsi mentre gli staccavano la testa dal corpo. La debolezza. Il senso di impotenza.
Moore strinse le palpebre e fissò il buio assoluto tra la serva e Oloferne. Non erano le espressioni fredde e calcolate delle assassine a eccitarla. Era l’abisso che si apriva tra quei corpi che lottavano. Quello spazio significava la forza di una donna che sta sopra, e l’impotenza di un uomo che sta sotto. Moore ci vedeva il conflitto di due forze: lui che la spinge via, lei che lo tiene giù.
L’incontro di piacere e dolore.
Il buio sembrava espandersi davanti a lei, come un tunnel spazio-temporale che si apriva nello spazio profondo, e l’attirava dentro di sé, sempre più vicino, finché non riusciva a vedere nient’altro. La desiderava. Voleva conoscerla. Divorarla.
Qualcuno le si avvicinò, un uomo sulla cinquantina con i capelli radi pettinati in modo ridicolo sopra la testa calva.
«T.C. Moore?» domandò l’uomo. Non si preoccupò di nascondere il fastidio nella voce.
«Sì?»
«Patty mi ha chiesto di accompagnarla al Centro per la conservazione.» Dopo averlo detto, sbuffò leggermente.
Moore lasciò che gli angoli della propria bocca salissero in alto sulle guance. Era come veder sorridere un serpente.
«La seguo» disse lei.
L’uomo si identificò come Chad. Niente cognome. Niente qualifica. Moore ipotizzò che fosse un lacchè mandato a fare da babysitter alla scrittrice durante le sue ricerche, e il suo atteggiamento sempre più indifferente sembrava confermarlo.
L’area dove Moore fu accompagnata non era il lugubre seminterrato che si aspettava, ma un laboratorio di ricerca bene illuminato, con lunghi tavoli d’acciaio coperti di monitor di computer. Passò vicino a diversi uomini e donne con il camice che la guardarono incuriositi, e molti di loro sorrisero cordialmente. Moore continuava a fissare dritto davanti a sé.