Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
L’immagine della sedia a rotelle vecchia e malandata nella stanza all’ultimo piano attraversò come un lampo la mente di Sam. Quella era Rebecca Finch, l’antica proprietaria della casa sul Kill Creek.
La cosa-Rebecca spalancò la bocca e ne uscì un suono terribile, a metà tra un grido e un rantolo. Si guardò intorno, con i suoi occhi morti e opachi. Sogghignò, e un ridacchiare stridulo le uscì dai polmoni collassati. Puntò gli occhi ciechi su Sam.
«Sammy» disse, per schernirlo.
«Apri la porta» esortò Moore.
Sam non riusciva a muoversi. Aveva dimenticato del tutto la porta d’ingresso, mentre fissava quella cosa con gli occhi sbarrati, inorridito.
La cosa-Rebecca ridacchiò ancora più forte. Un lucido scarafaggio nero le uscì zampettando dalla bocca e scese sulla scheggia bianca del suo zigomo.
«Sam, sei venuto fin qui a trovarci?»
«Apri la porta, Sam» lo implorò Moore.
«Sapevamo che avresti portato anche gli altri» gracchiò la cosa-Rebecca. «Sei così debole, così pieno di paura e di senso di colpa, che li hai radunati uno per uno, come un bravo bambino.»
Moore si lamentò, con rabbia, e cercò di afferrare il pomello, ma era troppo lontano. Dovevano avvicinarsi di più.
Rebecca Finch strisciò verso di loro, dondolando la testa sul collo. I suoi occhi offuscati guardavano ora il volto terrorizzato di Sam, ora Moore, con il braccio teso e gli abiti che ancora gocciolavano di un misto di acqua e sangue.
«La tua amica non sembra contenta, Sam. Perché dovrebbe, comunque? Tu porti solo infelicità. Alla tua famiglia. A Erin.»
Sam si fece scappare un gemito, sentendo quell’abominio pronunciare quel nome.
«Distruggi tutti quelli che ti stanno intorno. Non porti altro che dolore.»
Moore si tuffò verso il pomello, ma era ancora troppo lontana. Crollò sul pavimento, con una smorfia, mentre stringeva la ferita insanguinata allo stomaco.
La cosa-Rebecca si trascinò più vicino a Sam. «Perché non resti?» domandò, schioccando la lingua, eccitata. «Gli altri tuoi amici sono tutti qui. Sono di sopra, nella nostra camera. Loro resteranno per sempre.»
Intorno a loro, la casa cominciò a oscillare, con le assi che si scheggiavano mentre una strana onda increspava il pavimento e le pareti.
La cosa-Rebecca fu scossa da una risata, e quel suono diventò sempre più forte fino a trasformarsi in un grido. Una densa saliva grigia le gocciolò dalla lingua, mentre strillava di una gioia demente.
«Sam.»
La sua voce era appena un sussurro, eppure chissà come, con tutto quel vento, Sam la sentì.
Guardò Moore, il volto pallido, la pelle viscida di sudore.
Puoi ancora salvarla, si disse.
All’improvviso, la cosa-Rebecca fece silenzio.
C’era qualcosa in cima alle scale. Un’ombra alta ed esile. Una donna. Capelli neri che si gonfiavano intorno alla pelle bianchissima.
Rachel, pensò Sam.
Allungò verso di loro una mano decrepita e nocchiuta.
«Ormai fate tutti parte della storia!» esclamò. «Vi ricorderanno per sempre, come ciò che è successo in questa casa! E pronunceranno i vostri nomi sussurrando, mentre passano!»