Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Senza preavviso, la porta a fisarmonica si aprì, facendo stridere forte il metallo. Il libro scivolò fuori dall’ascensore sul pavimento di legno, fermandosi di colpo a un paio di metri da loro.
Era la Bibbia che Moore aveva comprato in libreria quella mattina.
Dalle ombre dentro all’ascensore arrivò una risata, bassa e gutturale.
«Lo vedo» disse Moore, tremando, con un filo di voce. «Ci guarda. Sorride.»
L’aria stessa della casa sembrò comprimersi, spingendosi su Sam come una mano fantasma che lo stringesse, con mille voci che gli gridavano nelle orecchie.
Nelle ombre della cabina, qualcosa si mosse.
«Vai!» gridò lui, appena consapevole della propria voce sopra quella cacofonia.
Ignorando il dolore pulsante alla caviglia, Sam strisciò nell’atrio, spingendosi avanti con il braccio sinistro mentre trascinava Moore con il destro.
Si guardò indietro, da sopra la spalla.
Il movimento nell’ascensore si intensificò, con una sagoma nera che si contorceva sempre più in alto, come se nascesse dalle ombre. Un grumo scuro più piccolo si staccò dalla sagoma più grande, e si divincolò per restare sospeso a mezz’aria. Al centro si aprivano due occhi, due globi bianchi e lattiginosi che li fissavano.
«Dobbiamo uscire dalla casa!» Sam piantò il gomito nel pavimento e digrignò i denti, mentre tirava ancora più forte. Erano solo a pochi metri dalla porta d’ingresso.
Dietro di loro, la cosa strisciò fuori dal buio dell’ascensore. Scivolò oltre la porta a fisarmonica, e l’ombra si arricciò nell’aria come fumo, scoprendo due braccia di carne pallida e morta. Una densa saliva disegnava un reticolo sopra alle sue fauci spalancate, come una ragnatela umida.
Piantando le unghie sporche nel legno del pavimento, cominciò a trascinarsi per la stanza. Quando faceva presa, picchiettava con i polpastrelli il pavimento, e le unghie mordevano il legno consumato dagli anni. Il corpo contorto di quella cosa continuò a scivolare nell’atrio.
Un vento spettrale si insinuò per le scale, menando colpi di frusta intorno a Sam e a Moore, soffiando via le ultime ombre dalla creatura che avevano davanti.
«Oh, mio Dio» Sam si sentì dire.
La cosa rannicchiata sul pavimento allungò il collo come una corda piena di nodi, e loro si ritrovarono a fissare il volto di una strega. La carne in decomposizione si staccava a pezzi dalle ossa, che restavano nude. Dove una volta c’erano le labbra, strisce di pelle lacera si stendevano su due file di denti grigi e spezzati, simili a legno marcito. I radi capelli neri, quelli che non si erano sciolti, erano legati in uno stretto chignon. Insetti minuscoli le correvano sul cranio, e le teste bianche dei vermi facevano capolino da una ferita spugnosa e ormai necrotizzata.
Teneva le gambe allungate dietro di sé, inutili, come due anguille morte e grigie. Mentre si trascinava sempre più vicino, mordeva il pavimento con le sue unghie scheggiate.