Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Con il braccio ancora intorno alla sua vita, Sam guidò Moore al di là della cucina e nel corridoio. Il passaggio era in penombra. L’unica interruzione in quella semioscurità era l’arco che, davanti a loro, si apriva sull’atrio. Sam si costrinse a sperare che i rumori che sentiva fossero solo la casa che giocava con loro. Se avessero oltrepassato l’arco e avessero trovato Daniel che li fissava, lui li avrebbe uccisi. In nessun modo sarebbero riusciti a muoversi abbastanza in fretta da sfuggirgli.
Sam si portò un dito alle labbra. Moore capì e annuì. Sam scivolò fino al limite dell’arco, da dove poteva sbirciare nell’atrio.
Sulle scale c’era qualcuno. Un volto li sbirciava da dietro la ringhiera. Sogghignava, e gli angoli delle labbra si allungavano in modo innaturale, tanto che la bocca sembrava una ferita aperta.
Dall’estremità opposta del corridoio arrivò il fragore di un’onda invisibile. Percorse rombando lo stretto corridoio e si schiantò vicino a Sam e Moore, con le voci che gli gridavano nelle orecchie:
La casa!
Entriamo!
Streghe! Streghe!
Le storie che si raccontano!
Entriamo!
Quei suoni girarono intorno a loro come un vortice, finché non si trasformarono nella risata stridula di una vecchia crudele, che si prendeva gioco del loro dolore, che assaporava la loro paura.
Sam appoggiò il mento al petto e aspettò che quell’assalto cessasse. E poi…
Finì.
In un attimo, nella casa tornò il silenzio.
Lui diede un’occhiata attraverso l’arco, nell’atrio. La cosa sulle scale era sparita.
Guardò la porta d’ingresso. Sul loro percorso non c’era niente. Potevano farcela.
Moore si appoggiò a lui, stringendosi ancora lo stomaco insanguinato. La sua carnagione pallida era coperta da una patina di sudore. Aveva il fiato corto, e ansimava.
«Usciremo da qui» le disse Sam. «Ma dobbiamo muoverci. In fretta.»
Negli occhi di lei c’era il dubbio, ma annuì.
Lui le fece scivolare un braccio intorno ai fianchi ed entrò nell’atrio.
La porta. Devi arrivare alla porta. Ce la puoi fare. Non fermarti. Non…
Un forte tonfo, dall’alto, scosse tutta la casa.
Sam perse l’equilibrio. Stava cadendo, e Moore insieme a lui. Andò a sbattere con la spalla contro il muro. Gli si piegarono le gambe, e si lasciò cadere a terra, con Moore accanto.
«Oh Dio, stai bene?» domandò lui.
Lei guardava in alto, cercando di individuare la fonte del rumore. «Cos’è stato?»
Ci fu un altro tonfo, poi lo sferragliare di una catena che scorreva sugli ingranaggi.
L’ascensore si muoveva.
Tra le fessure della gabbia, videro la cabina che scendeva lentamente. Un ultimo tonfo annunciò il suo arrivo.
Sam sbirciò nell’ombra dietro alla porta a fisarmonica.
«È vuoto» sussurrò Moore.
Ha ragione, pensò lui. È solo l’ascensore vuoto.
Ma qualcosa c’era. Sul pavimento al centro della cabina. Un oggetto rettangolare.
Un libro.