Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sam si aggrappò forte a Moore, mentre attraversava lentamente la cucina sul suo piede buono, appoggiandosi all’isola per ritrovare l’equilibrio. Ascoltarono il sibilo del vento e il fruscio continuo della pioggia.
«Ce la fai?» domandò Sam.
Con una smorfia, Moore fece cenno di sì.
Mentre procedevano lentamente verso la porta sul retro, Sam si accorse di un altro rumore subito sotto il frastuono del temporale. Piegando la testa di lato, cercò di separarlo dal vento, dalla pioggia e dai tuoni, cercando di riconoscerne la fonte.
Era la voce della casa. A differenza di prima, tuttavia, le sue parole erano troppo deboli per essere distinte. Era come se la casa stesse parlando non a lui ma a qualcun altro, sussurrandogli un segreto all’orecchio.
Moore si lamentò con un filo di voce. Teneva la mano sulla brutta ferita allo stomaco. Il sangue le colava tra le dita.
«Sam…»
«Lo so. Andiamo.»
Da qualche parte sopra le loro teste sentirono sbattere una porta.
Qualcuno correva nel corridoio al piano di sopra. Sam seguì il movimento da un’estremità all’altra del soffitto, e poi i passi si interruppero, all’improvviso, come erano iniziati.
«È Daniel?» chiese Moore, sempre a voce bassa.
Sam ci pensò un attimo, poi scosse la testa. «Credo di no.»
«E allora… chi è?»
Sam non rispose.
Cercando disperatamente di non appoggiarsi sulla caviglia spezzata, zoppicando raggiunse la porta sul retro. Girò la maniglia e diede un brusco strattone. La porta non voleva aprirsi. Fece scattare il chiavistello e provò ancora una volta, ma la porta continuava a non muoversi.
Nello studio, un’asse del pavimento scricchiolò.
Sam si fermò ad ascoltare, in attesa.
I sussurri della casa erano ancora lì, voci che andavano e venivano di continuo, come onde.
Una di quelle voci gridò a pochi centimetri dall’orecchio di Sam.
«Merda!» esclamò, e lasciò andare il pomello inciampando all’indietro. Un lampo di dolore gli squarciò la gamba. Quelle fitte lo stavano uccidendo.
Si guardò intorno, come un forsennato, ma accanto a lui non c’era niente.
Moore cominciò a scivolare più lontano dal suo braccio. Lui cercò di aggiustare la presa. «Ho bisogno che cammini, Moore» disse.
Lei si lamentò, impaurita. Era un suono terribile, soprattutto perché veniva da lei. «Non credo di riuscirci.»
«Devi farcela. Io posso aiutarti, ma non ce la faremo se non ci proviamo insieme. Okay?»
Lei non reagì.
«Okay? Moore?»
«Okay.» Lei piantò i piedi e costrinse il proprio corpo ferito a sopportare più peso possibile.
«Il corridoio» le sussurrò Sam all’orecchio.