Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Gli tornò in mente il fantasma di un ricordo, un’immagine attraverso una finestra – dei corpi nella casa, i corpi dei suoi amici – e poi svanì, dissipandosi come la nebbia del mattino.
Sebastian pensò a Daniel. Per lui non c’era una facile via d’uscita da tutto questo. Mostrare un po’ di misericordia verso Sebastian e Sam, tuttavia, avrebbe contato qualcosa agli occhi della legge.
Se Sam è ancora vivo.
Aveva sentito le grida che erano arrivate dalle scale che portavano alla stanza all’ultimo piano. Dopo c’era stato un gran baccano, che poteva indicare soltanto il muro di mattoni che crollava a terra. Non aveva idea di cosa significasse, ma sperava con tutto il cuore che Sam fosse riuscito a scappare. Poi erano ricominciate le voci, che salivano attraverso il pavimento come fumo da un fuoco sottostante. Il chiasso cospiratorio dei pettegolezzi.
Seduto sul pavimento con la schiena appoggiata al muro, Sebastian si guardò le mani pallide e ossute e gli sussurrò di smetterla di tremare. Quel movimento lo metteva a disagio. Poteva farcela. Il sanguinamento dal fianco per il momento era cessato. Di certo aveva delle lesioni interne, ma poteva farcela, e sopravvivere. Doveva solo restare calmo.
La vista delle proprie mani tremanti stava diventando troppo difficile da sopportare. Sebastian le strinse assieme e se le portò al petto. Chiuse gli occhi, cercando nella propria mente un qualsiasi genere di rassicurazione, forse un’immagine che gli rammentasse tempi più felici. Tutti i suoi ricordi, però, sbiadivano come vecchie fotografie. Pensò a Richard, a prima che comparissero i sintomi del cancro. Pensò a quando prendevano il tè nel giardino proprio dietro casa, ai grappoli purpurei delle ortensie che fiorivano all’ombra di un giovane Albero di Giuda. Si aggrappò a quell’immagine come un uomo che sta annegando a un tronco di passaggio, tentando di perdersi nella salvezza che gli offriva.
Nel corridoio, un’asse del pavimento scricchiolò. Sebastian tuttavia non la sentì. Stava tornando in quel giardino, da Richard, e il suo sorriso gli prometteva che sarebbe andato tutto bene.
Quando riaprì gli occhi, era davvero là. La limpidezza di quella visione era sorprendente. Batté le palpebre nella luce del sole, che cadeva a chiazze attraverso le foglie. Respirò l’aria umida dell’estate. Sentì l’aroma fragrante del tè con la scorza di limone.
«Richard?» chiamò.
Nessuno rispose.
La vecchia sedia a dondolo di legno, la preferita di Richard in quel giardino, si muoveva in modo quasi impercettibile, come se qualcuno l’avesse appena abbandonata.
«Richard? Dove sei?»
Un pergolato coperto di rampicanti con i fiori a forma di tromba segnava la fine del giardino e l’inizio di quello che Sebastian chiamava “sul retro”, dove le sue aiuole potate con cura meticolosa e ripulite dalle erbacce cedevano il posto alla natura selvaggia della foresta. Qualcuno si muoveva tra gli alberi.
«Richard! Sono io! Sebastian!»