Chapters (53)
- Copertina
- Il libro
- L’autore
- Kill Creek
- Prologo
- Un invito
- Uno
- Due
- Tre
- Quattro
- Cinque
- Sei
- Sette
- Otto
- Nove
- Un sussurro dall’altra parte del muro
- Dieci
- Undici
- Dodici
- Tredici
- Quattordici
- Quindici
- Sedici
- Diciassette
- Diciotto
- Un’ombra troppo lunga
- Diciannove
- Venti
- Ventuno
- Ventidue
- Ventitré
- Ventiquattro
- Venticinque
- L’arto fantasma
- Ventisei
- Ventisette
- Ventotto
- Ventinove
- Trenta
- Trentuno
- Trentadue
- Trentatré
- Trentaquattro
- Trentacinque
- Trentasei
- Trentasette
- Trentotto
- Trentanove
- Quaranta
- Sotto il tappeto
- Quarantuno
- Epilogo
- Ringraziamenti
Sam fece l’unica cosa che poteva. Batté forte le mani e gridò: «Ehi! Quaggiù!». Era ridicolo, lo sapeva. Era il modo in cui si poteva attirare l’attenzione di un cane disobbediente. Funzionò, comunque. Daniel si voltò di scattò verso Sam, l’espressione contorta in un ghigno terribile. Per la prima volta da quando era iniziato quello scontro…
Quanto tempo era? Secondi? Minuti? Ore?
… Sam incrociò lo sguardo di Daniel. Qualcosa gli era entrato dentro, lo aveva infettato, costringendolo a compiere quelle azioni impensabili.
Infettato, pensò Sam. Era il termine giusto. Daniel sembrava alla mercé di una febbre così alta da non potersi immaginare, con la temperatura bollente di quel corpo stremato che faceva evaporare qualsiasi pensiero razionale.
Era impazzito.
«Devo farlo» disse, la voce adesso bassa e gutturale, come un rantolo di morte.
«Va bene» rispose Sam. «E allora fallo. Sono qui, proprio qui. Vieni a prendermi.»
Non c’era tempo di avere paura. I piedi di Daniel colpirono il pavimento di legno, quando riprese l’assalto, e Sam si girò di scatto, con le braccia tese verso le pareti dello stretto passaggio, la punta degli alluci che sfiorava i gradini mentre volava su per le scale.
Sentiva Daniel che lo inseguiva e ogni gradino che saliva gemeva sotto il suo peso. Sentiva l’ansimare eccitato dell’uomo, mentre saliva di corsa le scale, così vicino che riusciva quasi a percepirne il calore sulla schiena. Nel frattempo, però, Sam teneva gli occhi fissi su una cosa, il buco nel muro di mattoni, abbastanza largo perché potesse scivolarci attraverso, eppure abbastanza stretto da tenere fuori Daniel.
Il grosso polpastrello del medio di Daniel scivolò sulla schiena di Sam, che si tuffò in avanti, con la voce del padre che improvvisamente gli gridava nell’orecchio, gli dava ordini come quando giocava nella Little League, nel Kansas:
Scivola! Scivola!
E Sam scivolò, con gli angoli affilati dei mattoni che gli tagliavano lo stomaco mentre passava attraverso la bocca nera che aveva aperto nel muro.
Fu inghiottito dal buio.
Sebastian ascoltò i passi tonanti di Daniel che si muovevano veloci lungo il corridoio, allontanandosi da lui. Il suo fianco andava a fuoco. Perfino il più leggero movimento gli infilava degli aghi attraverso tutto il corpo. Doveva muoversi, però. Doveva muoversi in fretta, prima che tornasse Daniel.
Digrignando i denti per trattenere un grido, Sebastian si trascinò sul pavimento, verso la porta della camera più vicina. La sua camera.
Cercò di afferrare il pomello d’ottone, ma le sue dita lo sfiorarono e basta. I polpastrelli ci lasciarono sopra delle strisce di sangue. Aveva la mano tutta coperta di quella roba rossa.
Rabbrividì, mentre lo shock minacciava di travolgerlo. Doveva restare lucido, presente, o quello sarebbe di certo diventato il suo ultimo istante.